Attualità (1-06-2014)

LA COMUNITA’ CRISTIANA E I GIOVANI

Negli ultimi anni si vanno affermando idee negative sui giovani, che vengono descritti come una “generazione perduta”. Questo pregiudizio da un lato non favorisce la comprensione della loro vita, dall’altro allarga sempre di più la distanza tra giovani e comunità. E’ fuori dubbio che siamo arrivati a un punto di svolta ed è necessaria un’analisi diversa e più approfondita dell’argomento.
La questione riguarda non solo la comunicazione e le sue tecniche, ma l’incontro vero con loro.
Innanzitutto dovremmo riconoscere umilmente la nostra incapacità a capire. I giovani sono distanti e non si possono capire fino in fondo. Dovremmo accettare che il mondo cambia, e i giovani contribuiscono a questo cambiamento, non sempre negativo, con le loro distinzioni, rivolte e incomprensioni. Non si può continuare a dire: “E’ sempre stato così”. Se i figli avessero sempre fatto quello che volevano i genitori e i nonni, il mondo sarebbe sempre uguale e la vita monotona e noiosa.
Non possiamo continuare a pensare ai giovani chiedendoci quanti valori si sono perduti, ma piuttosto quanti valori sono in gioco nelle loro vite. Per esempio: cosa ci sarà dietro la scelta di andare a convivere , o perfino di avere figli senza sposarsi? Possiamo saperlo senza chiederglielo? Possiamo chiederglielo senza cercare di entrare in sintonia con loro? E’ troppo sbrigativo dire che si sono perduti i valori e scollare la testa.
Bisogna sospendere il giudizio, porsi in un atteggiamento di attenzione e di ascolto. Non si può giudicare un’intera generazione senza conoscerla.
Bisogna correre il rischio di darle fiducia. Tutti i genitori e gli educatori sanno che non si può avere nessun rapporto con i giovani se non ci si fida di loro.
Dal punto di vista della fede, saremo aiutati ad avere fiducia in loro se adotteremo due diverse paia di occhiali: il primo è quello che ci dice che non bisogna insistere troppo sull’indifferenza. La vita culturale e spirituale dei giovani è caratterizzata più dal contrasto che dalla quiete. Il loro spazio spirituale e religioso è popolato di forze e di segnali che vanno e vengono, che ora inducono una percezione e una comunicazione, e ora sperimentano la perdita del segnale e il silenzio, come con i telefonini. La questione non sta solo dalla loro parte, ma anche dalla parte di chi invia i messaggi.
I giovani, come e più degli adulti, si trovano sull’incerto crinale del credere e del non credere, avvertono contemporaneamente i venti che spingono a scegliere per le narrazioni religiose del mondo, attratti dal fascino della loro pienezza di senso, e la pressione della dura, ma attraente, realtà di un universo ormai divenuto “adulto”, nel quale la trascendenza si eclissa.
Oscillano tra il desiderio di appartenere e la volontà di distinguersi.
C’è infatti una spiritualità del trovare (del convertito) e del ricercare (del pellegrino), e c’è una spiritualità dell’attesa, che aspetta i tempi propizi che a noi adulti e comunità richiede l’esercizio delle virtù cristiane della pazienza, dell’attesa e della fiducia.
Il secondo paio d’occhiali è quello che ci fa guardare alle persone come storie, non come delle foto istantanee. I giovani non raccontano le loro idee sulla fede come se si trattasse di una posizione stabile, ma ragionano in termini di percorsi e di territori da esplorare.
E’ una esplorazione non sempre attiva, ma prima o poi si attua.
Non si può allora rinchiudere le persone dentro una definizione statica. Questo vale per il credere, per il rapporto con la chiesa, per l’insieme della vita.
Dare fiducia ai giovani significa anche lasciarsi cambiare da loro, piuttosto che pretendere di cambiarli, e poi aprire vie nelle quali essi diventino protagonisti nella comunità cristiana e nella società.
Nelle nostre comunità troppi spazi sono occupati da persone anziane, e l’utilità degli anziani è preminente nella programmazione delle attività, ma non è sempre stato così, né dovrebbe essere così.
I giovani ci chiedono una chiesa che sappia dare, ma anche ricevere, che sia generosa nell’ospitare ma anche pronta a lasciarsi ospitare.

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