Attualità (18-05-2014)

LA CHIESA COME “CORTILE”

L’Italia vive un tempo di disorientamento e di fatica, dal punto di vista politico, economico, ma anche etico, culturale e spirituale. Anche le comunità ecclesiali, a livello nazionale, diocesano e parrocchiale risentono di questo clima. E, nella fatica a vivere dentro la complessità e le differenze, la tentazione è di rinchiuderci nelle sicurezze della ripetitività (“si è sempre fatto così!”), senza rendersi conto che ai tempi nuovi bisogna parlare con linguaggi nuovi.
Abbiamo davanti la prima generazione di battezzati increduli; bisogna prendere atto che i cristiani, in Italia, sono minoranza, scende la pratica religiosa e la partecipazione alla vita delle comunità; si fanno avanti gli “atei devoti” che legano la religione alla ideologia conservatrice. A questo bisogna aggiungere la diffidenza verso tutto ciò che è nuovo e l’esigenza, da più parti avvertita e manifestata, di “tener la barca pari”, per non scontentar nessuno.
Papa Francesco sta, neanche troppo silenziosamente, riformando la chiesa, nel linguaggio, nelle priorità, negli atteggiamenti e nelle decisioni. Cominciano a girare vocaboli e concetti nuovi, o che, quantomeno, stanno assumendo significati più concreti, che, se presi sul serio, smuovono le acque e implicano cambi seri di mentalità nei pastori e nelle comunità. E questo cammino di rinnovamento non è del tutto nuovo: già durante il pontificato di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI si è parlato di “nuova evangelizzazione” e di dialogo, e sono nati, presso la Santa Sede due organismi specifici., segni eloquenti di un desiderio che si rifiuta di subire come una sventura questa poca rilevanza dei credenti nella cultura e nella vita pubblica.
Nel dicembre del 2009 Benedetto XVI diceva: “Penso che la chiesa dovrebbe oggi aprire una sorta di cortile dei gentili dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita intera della chiesa. Al dialogo con le religioni deve oggi aggiungersi soprattutto il dialogo con coloro per i quali la religione è una cosa estranea, ai quali Dio è sconosciuto, e che, tuttavia, non vorrebbero rimanere semplicemente senza Dio, ma avvicinarlo almeno come Sconosciuto”.
E’ questa la situazione di molte persone che si rivolgono alla parrocchia quando vengono a chiedere i sacramenti per sé o per i loro figli, i quali non si contentano con la riproposizione del modello di fede e di religione che hanno abbandonato, ma sono alla ricerca sincera di un modo nuovo di credere e di praticare. Spesso la parrocchia non è sensibile a questa ricerca, a questo bisogno di aria nuova. Il “cortile” dà l’idea di uno spazio aperto, che non ha porte, e che conduce alle case dove si vive, prima ancora che al tempio.
C’è proprio bisogno di impostare in maniera nuova la pastorale. La “nuova evangelizzazione” non è una attività in più che fanno i preti con tecnologie nuove, ma è, prima di tutto, un modo nuovo di essere comunità. Non si avvicina un non credente se si instaura un dialogo all’antica, come una trappola per far cambiare religione o convertire a Dio. Si tratta di ascoltare, di mettere in discussione la nostra capacità di pensare e di rinnovarci. La conversione potrebbe consistere proprio nel passaggio da una mente che sa tutte le risposte e le impartisce con zelo, ad una mente che si lascia interrogare, dubita delle risposte prefabbricate, cerca con ogni uomo e donna di buona volontà ciò che è “vero, bello, giusto e gradito a Dio”.
Sarebbe bene affrontare questi temi anche nella nostra comunità. Col nostro foglio domenicale lanciamo spesso qualche sasso nello stango, ma si vedono poche reazioni. Abbiamo già perso tanti treni. Non sarebbe del tutto innocente continuare a perderne.

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