Attualità (23-07-2017)

“AIUTIAMOLI A CASA LORO”

E’ stato lo slogan di chi, in Italia, è contrario all’accoglienza degli immigrati, e che ora sembra diventare programma e proposta di chi ha sempre sostenuto la necessità della loro accoglienza.
“Aiutarli a casa loro”; ma quanti di coloro che sostengono questa proposta sono stati “a casa loro” in qualcuno dei numerosi paesi dell’ Africa subsahariana?
Sembrerebbe una proposta sensata, ma la sua realizzazione è molto complicata. Essa, infatti, richiederebbe una svolta epocale nei rapporti tra i paesi più ricchi del nord del mondo e l’Africa.
La prima esigenza è restituire ai popoli dell’Africa lo sfruttamento delle loro materie prime e delle loro risorse naturali di cui l’Africa è ricca: petrolio, gas, minerali…
Queste ricchezze, di fatto, sono in mano di potenti multinazionali del nord che le prelevano pagando concessioni irrisorie alle èlite governative corrotte che usano le risorse per se stesse e per i loro parenti e amici, mentre le popolazioni vengono sfruttate sul lavoro con stipendi da fame e condizioni di lavoro inumane. Perfino la terra viene sottratta alle popolazioni locali: Cina Bangladesh ed altri paesi dell’est stanno comprando a prezzi irrisori immense distese di terra che coltivano con loro mezzi e loro personale per produrre cibo per uomini e animali da esportare direttamente nei loro paesi.
Prima di inviare aiuti, sarebbe necessario restituire alle popolazioni lo sfruttamento della loro risorse e aiutarli a sfruttarle adeguatamente per il loro sviluppo.
L’Africa e i governi corrotti dei suoi paesi è, per i paesi del nord, un interessante mercato di armi di ogni tipo. L’acquisto di armi sottrae risorse allo sviluppo e produce ricchezza solo alle élite governative e ai paesi del nord che le producono e le vendono. “Aiutarli a casa loro” vorrebbe dire, prima ancora di inviare aiuti, eliminare questa piaga che produce guerre e conflitti che riducono la popolazione alla miseria e alla necessità di emigrare.
La cooperazione allo sviluppo multilaterale (quella attuata da organizzazioni internazionali, ONU, CEE e loro agenzie: FAO, PAM, UNICEF, ecc) e unilaterale (quella messa in atto attraverso accordi tra singoli paesi), come sappiamo, ha dei costi enormi. Il 75% delle risorse viene spesa per il mantenimento delle strutture (stipendi e condizioni di lavoro degli operatori) e spesso l’invio di aiuti è più attento a procurare profitti alle nostre aziende che alle popolazioni locali, creando sul posto strutture e inviando mezzi che non rispondono alle necessità vere delle popolazioni locali.
“Aiutarli a casa loro” vuol dire partire dalle loro esigenze e dalle loro necessità e non dai nostri interessi, compresi quelli di contenere le migrazioni verso i nostri paesi. Per conoscere le loro esigenze è necessario recarsi sul posto, prendere contatto non con i governanti, ma con le comunità, ascoltarle, progettare con loro le priorità e i progetti da attuare insieme con il loro coinvolgimento. L’”aiuto a casa loro”, più che dai governi e dalle organizzazioni internazionali, dovrebbe essere organizzato dalle nostre comunità, attraverso rapporti di gemellaggio e di solidarietà.
Le comunità di Massarosa stanno facendo una preziosa esperienza. Il legame di solidarietà con Yalgo, una missione avviata nel 2012 nella zona più arida e povera del Burkina Faso, ha visto nascere servizi essenziali per lo sviluppo vero della popolazione: servizi sanitari, scuole e corsi di alfabetizzazione per gli adulti, pozzi per l’acqua potabile e per l’irrigazione degli orti, progetti per lo sviluppo agricolo e molte altre piccole iniziative che, insieme, hanno contribuito sensibilmente allo sviluppo di quella comunità di circa 50 mila abitanti suddivisi in 27 villaggi. E’ un metodo di cooperazione allo sviluppo che sfrutta al massimo a beneficio delle popolazioni locali le non grandissime risorse raccolte tra la nostra gente da nostri volontari e persone di buona volontà, che vengono completamente godute dalla gente di quella comunità.
“Aiutarli a casa loro” è una buona idea, ma chiede grandi cambiamenti di mentalità alla politica nei nostri paesi e un significativo coinvolgimento dei cittadini. Senza queste condizioni resta uno slogan che non serve a nulla.

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