Attualità (6-05-2018)

FARSI PROSSIMO

Uno dei profeti del nostro tempo, don Tonino Bello, sosteneva che amare è voce del verbo morire: “Amare, voce del verbo morire, significa decentrarsi. Uscire da sé. Dare senza chiedere. Essere discreti al limite del silenzio. Soffrire per far cadere le squame dell’egoismo. Togliersi di mezzo quando si rischia di compromettere la pace di una casa. Desiderare la felicità dell’altro. Rispettare il suo destino. E scomparire, quando ci si accorge di turbare la sua missione”
Amare è dunque lasciarsi afferrare dall’immensa dinamica dell’amore trinitario che ci svela nell’altro il prossimo, o meglio, mette ciascuno di noi nella condizione di farsi prossimo. Divenire prossimo è, infatti, incontrare Cristo perché egli si è identificato con ciascun essere umano, ma in modo particolare in chi è sofferente, emarginato, ignorato, imprigionato (v. Mt 25, 35-40). L’amore scopre che ogni persona è il sacramento di Cristo, o meglio, come diceva S. Giovanni Crisostomo, un “altro Cristo”: “Voi che siete servi di Cristo, suoi fratelli e suoi coeredi… soccorrete Cristo, nutrite Cristo, rivestite Cristo, accogliete Cristo, onorate Cristo”.
Nella sua lettera per l’anno pastorale 1985/86 (più di trent’anni fa!) il card. Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, commentando la parabola del buon samaritano metteva in guardia da tre atteggiamenti che impediscono il “farsi prossimo”.
La fretta: “E’ il difetto che balza immediatamente all’occhio. Quei due (il sacerdote e il levita) corrono via. Non hanno tempo di fermarsi. Non vogliono neppure esaminare la situazione”. E proseguiva: “nella società attuale, amare con paziente concretezza il fratello povero, bisognoso, oppresso, significa non limitarsi a fare qualche intervento personale, ma anche cercare e risanare le condizioni economiche, sociali, politiche della povertà e dell’ingiustizia.
La paura. “Dietro la fretta del sacerdote e del levita si nasconde una realtà più grave, cioè la paura di impegnare la propria persona. Se ci si ferma davanti al poveretto derubato e bastonato, non si sa che cosa potrà accadere: ci vuole tempo e pazienza, bisogna essere pronti a tutto, occorre prepararsi a dare senza condizioni e riserve. Allora si preferisce passare oltre”.
L’alibi: “La strada di Gerico al tempo di Gesù non era adatta alle passeggiate. Il sacerdote e il levita vi si trovano certo per uno scopo preciso. Avevano qualche incontro, qualche occupazione che li attendeva. La qualifica sacerdotale, che Gesù attribuisce loro, fa pensare a qualche compito cultuale che essi dovevano svolgere. Questo compito urgente poteva diventare un alibi per non perdere tempo col poveretto assalito dai briganti”.
La fretta, la paura, i diversi alibi che si possono tirar fuori sono altrettanti nemici della carità. Essa infatti richiede tempo, esige fiducia, impegna ognuno in prima persona, senza scuse.

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