Incontri nelle famiglie febbraio 2019

 Lc 18,9-14
Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: 10«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. 11Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. 12 Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo». 13 Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». 14 Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Commento di Enzo Bianchi

La parabola è collocata da Luca nel capitolo 18 che parla di alla preghiera. Quando pregare? Sempre e con intensità, ne parla la parabola del giudice iniquo e della vedova insistente. Come pregare? Come il pubblicano e non come il fariseo, risponde la parabola che abbiamo appena letto.
Tutto ciò è già contenuto nell’incipit: “Disse questa parabola ad alcuni che confidavano in se stessi perché erano giusti”. Il peccato di questi uomini religiosi non è la presunzione di essere giusti ma il mettere fede-fiducia in se stessi e non in Dio.
Ecco allora il racconto della parabola: “Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano”. Il tempio è il luogo in cui si adora il Dio vivente, il luogo dell’incontro con lui. Entrambi sono nello spazio riservato ai figli di Israele, entrambi invocano il Dio di Abramo. Ma le somiglianze finiscono qui. Uno dei due è un fariseo, l’altro un esattore delle tasse, uno che esercita un mestiere disprezzato, detto “pubblicano” in quanto “pubblicamente peccatore”, perciò maledetto da Dio e dagli uomini.
Il fariseo, ritenendosi conforme alle attese di Dio, sta in piedi, nella posizione consueta dell’orante ebreo, e fa nel suo cuore una preghiera che vorrebbe essere un ringraziamento a Dio. Ma in realtà è concentrato su di sé e mentre vanta i suoi meriti si autocompiace, fa il paragone tra sé e gli altri, giudicandoli. Il suo monologo dichiara lontananza dagli altri uomini ma anche lontananza da Dio, non conoscenza di lui, dal quale aspetta solo un “amen” alle sue parole. Annota con finezza Agostino: “Era salito per pregare; ma non volle pregare Dio, bensì lodare se stesso”. Ciò che Gesù stigmatizza nel fariseo non è il suo compiere opere buone, ma il fatto che egli non attende nulla da Dio. Il problema è che si sente sano e non ha bisogno di un medico, si sente giusto e non ha bisogno della santità di Dio (Lc 5,31-32): ha dimenticato che la Scrittura afferma che il giusto pecca sette vol-te al giorno (Pr 24,16), cioè infinite volte! Il fariseo nel suo ringrazia-mento enumera i peccati altrui, dai quali si sente esente: “Sono ladri, ingiusti, adulteri”, per non parlare del pubblicano che è con lui nel tempio …
Ma ecco, di fronte a questa preghiera, quella del peccatore pubblico. All’inizio del vangelo Gesù aveva chiamato a essere suo discepolo proprio un pubblicano, Levi, e si era recato a un banchetto nella sua casa, scandalizzando scribi e farisei (Lc 5,27-32); alla fine, sarà un altro pubblicano, Zaccheo, ad accogliere Gesù nella sua casa, suscitando ancora la riprovazione degli uomini religiosi (Lc 19,1-10). Ma perché Gesù sceglieva di preferenza la compagnia dei peccatori pubblici, fino a dire agli uomini religiosi: “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” (Mt 21,31)? Non per stupire o scandalizzare ma per mostrare, in modo paradossale, che queste persone emarginate e condannate sono il segno manifesto della condizione di ogni essere umano. Tutti siamo peccatori ma Gesù aveva compreso una cosa semplice: i peccatori pubblici sono esposti al biasimo altrui, e perciò sono più facilmente indotti al desiderio di cambiare la loro condizione; essi possono cioè vivere l’umiltà quale frutto delle umiliazioni patite, e di conseguenza possono avere quel “cuore contrito e spezzato” (Sal 51,19) in grado di spingerli a cambiare vita. Il pubblicano sale al tempio nella consapevolezza di essere un peccatore, mendicante del perdono di Dio. Luca descrive accuratamente il suo comportamento, opposto a quello del fariseo. “Si ferma a distanza” “non osa nemmeno alzare gli occhi al cielo”, “si batte il petto”, Le sue parole sono brevissime: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. È l’invocazione che ritorna più volte nei salmi È “la preghiera dell’umile che penetra le nubi” (Sir 35,21), che non spreca parole, ma che vive della relazione con Dio, chiede perdono a Dio, con-fessa il proprio peccato e la solidarietà con gli altri uomini e donne. Il pubblicano si presenta a Dio senza maschere, i suoi peccati manifesti lo rendono oggetto di scherno: non ha nulla da vantare, ma sa che può solo implorare pietà da parte del Dio.
L’umiltà di quest’uomo non consiste nel fare uno sforzo per umiliarsi: la sua posizione morale è esattamente quella che confessa e dalla quale è umiliato! Non ha nulla da pretendere, per questo conta su Dio, non su se stesso. Gesù non elogia la vita del pubblicano, non condanna le azioni giuste del fariseo, la sua condanna va al modo in cui il fariseo guarda alle sue azioni e a Dio stesso.
Terminata la parabola, ecco il giudizio di Gesù: “Io vi dico che il pubblicano, a differenza dell’altro, tornò a casa sua reso giusto (da Dio), perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”. Ma come intendere questo innalzamento e questo abbassamento? E soprattutto, come intendere l’umiltà, virtù ambigua e sospetta? L’umiltà non è falsa modestia, perché questo equivarrebbe a replicare l’atteggiamento del fariseo, sarebbe orgoglio mascherato da falsa umiltà. No, è innalzato da Dio chi riconosce il proprio pec-cato, chi, aderendo alla propria realtà, riconosce il proprio peccato, accoglie dagli altri le umiliazioni quale medicina salutare e, patendo tutto questo, persevera nel riconoscimento della grazia e della compassione di Dio, ossia nella fiducia in Dio, nel contare sulla sua misericordia che può trasfigurare la nostra debolezza.
La parola conclusiva di Gesù, solennemente e autorevolmente introdotta da “Io vi dico”, fa di un giusto un peccatore e di un peccatore un giusto. Il giudizio di Dio, narrato da Gesù, sovverte i giudizi umani: chi si credeva lontano e perduto è accolto e salvato, mentre chi si credeva approvato, accanto a Dio, è umiliato e risulta lontano. Questo può apparire scandaloso, può apparire un inciampo nella vita di fede per gli uomini religiosi, ma è buona notizia, è Vangelo per chi si riconosce peccatore e bisognoso della misericordia di Dio come dell’aria che respira.

Papa Francesco nell’udienza di Mercoledì 02.01.2019 ha detto:
C’è gente che è capace di tessere preghiere atee, senza Dio: e lo fanno per essere ammirati dagli uomini. E quante volte noi vediamo lo scandalo di quelle persone che vanno in chiesa e stanno lì tutta la giornata o vanno tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri o parlando male della gente. Questo è uno scandalo! Me-glio non andare in chiesa: vivi così, come fossi ateo. Ma se tu vai in chiesa, vivi come figlio, come fratello e dà una vera testimonianza, non una contro-testimonianza. «Non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente» (Mt 6,5).
Esistono preghiere atee. A volte l’ateismo si esprime nelle parole stesse della preghiera, altre volte si nas-conde nel cuore ma più spesso salta fuori dalle azioni di colui che “prega” se stesso e non Dio. Parliamone

Papa Francesco a Santa Marta martedì, 5 dicembre 2017 ha detto:
Qualcuno crede che essere umile è essere educato, cortese, chiudere gli occhi nella preghiera, avere una sorta di faccia da immaginetta. Invece no, essere umile non è quello. C’è un segnale infallibile: accettare le umiliazioni. L’umiltà senza umiliazioni non è umiltà. Umile è quell’uomo, quella donna, che è capace di sopportare le umiliazioni come le ha sopportate Gesù, l’umiliato, il grande umiliato. Ho sentito una volta una persona che scherzava: «Sì, sì, umile, sì, ma umiliato mai!».
L’umiltà spesso non è una scelta originaria ma l’accettazione di una condizione non desiderata, una conver-sione che ci spinge ad ascoltare il giudizio altrui e soprattutto ad affidarci a Dio “Padre buono”. Parliamone

Catechismo della Chiesa Cattolica N° 1989:
La prima opera della grazia dello Spirito Santo è la conversione, che opera la giustificazione: « Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino » (Mt 4,17). Sotto la mozione della grazia, l’uomo si volge verso Dio e si allontana dal peccato … La giustificazione non è una semplice remissione dei peccati, ma anche santificazione e rinnovamento dell’uomo interiore.
Giustificazione = santificazione. Dio che perdona non “chiude un occhio” di fronte ai nostri peccati ma ci risuscita a vita nuova (santa/giusta). L’umiltà di abbandonarci a Lui gli permette di fare il miracolo: guarirci/santificarci/giustificarci). Parliamone