Vangelo della domenica (14-12-2014)

2a DOMENICA DI AVVENTO
DIO VIENE PER FARCI TORNARE A LUI

4798_180In questa terza domenica di Avvento incontriamo ancora Giovanni Battista. Il suo messaggio: “preparate le vie del Signore” sembra essere messo in ombra dalla domanda dei sommi sacerdoti e dei leviti: “Tu, chi sei?”. In effetti in questa domenica si parla più del messaggero che del messaggio. Ma scopriremo presto che la conoscenza del profeta è ugualmente annuncio.
Nel Vangelo Giovanni Battista rifiuta chiaramente di essere definito Cristo o “il profeta” o Elia. I giudei vedono i suoi gesti e capiscono che hanno a che fare con un santo inviato da Dio, eppure lui rifiuta i titoli che la Bibbia aveva per definire colui che si doveva manifestare in vista dell’arrivo del Messia. Ma il problema vero è che più avanti Gesù stesso le definisce “più che un profeta” e “è lui quell’Elia che deve venire” (Mt 11,9-14). Perché, allora, Giovanni rifiuta di essere chiamato il profeta? Con i giudei anche noi gli chiediamo: “Chi sei?” E lui ci risponde: “Sono voce di uno che grida …” Voce, non Tizio o Caio. Al telefono a volte ti capita di incappare in un risponditore … una voce registrata. Non è importante il tono e neppure qualche eventuale imperfezione del linguaggio, è importante il messaggio. Giovanni Battista vuole essere dimenticato, vuole che facciamo attenzione al messaggio: “Rendete diritta la via del Signore”. Ed è onesto quando dice di non essere il profeta, si sente talmente niente di fronte al messaggio che non pensa di essere neppure il profeta. Ma si sbaglia e Gesù lo corregge restituendogli la dignità che lui non sentiva. Potremmo trarne un insegnamento: Dio ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi.
Da qui possiamo accedere al secondo tema di questa Domenica: il mandato. E’ Dio che ha mandato Giovanni a predicare e Battezzare (vedi prima frase del Vangelo), è Dio che ha consacrato con l’unzione il consolatore di cui parla Isaia nella prima lettura. Quindi Dio non soltanto ci conosce ma ci invia ad essere sua presenza là dove siamo. L’unzione che abbiamo ricevuto col Battesimo è proprio il gesto con cui Dio ci consacra e ci invia. Ascoltiamo Isaia … colui che parla è fiero di quello che fa, è onorato di poterlo fare: fasciare le piaghe dei cuori spezzati, proclamare la libertà degli schiavi … è una missione esaltante! Ci vuole un bel coraggio a presentarsi come il consolatore di tutte le afflizioni ma lui lo fa in forza del mandato: Dio mi ha mandato, Dio mi ha consacrato. Altrove Gesù dirà: ”Se fossi io a testimoniare di me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera … il Padre, che mi ha mandato, ha dato testimonianza di me.” (Gv 5,31 ss) Anche da qui provo a trarre un insegnamento: non sarà che come Il Signore ha inviato Isaia a consolare il Suo popolo tanti secoli fa oggi manda noi a consolare questo mondo ammalato? E più precisamente: a quel tempo gli israeliti dovevano sforzarsi di ricostruire il tempio e le tradizioni; oggi a noi potrebbe esser toccata in sorte la costruzione di una comunità accogliente dove ognuno si senta a casa propria perché è la casa dell’unico Padre?
Termino questa riflessione con l’invito alla gioia (prima e seconda lettura). Non la gioia volatile di chi non conosce il dolore e neppure quella a orologeria di chi per le feste si fa una overdose di dolcezza alle mandorle, ma la gioia solida e lungimirante di chi sa che il Signore è vicino. Smettiamo di guardare il mondo solo con occhi umani (tristi) e iniziamo a guardarlo con quelli di Dio: Il Signore è nei gesti di misericordia che tanti volontari compiono silenziosamente e che in questi giorni si moltiplicano, nella vivacità dei bimbi che preparano recite, presepi e alberi di Natale, nelle attese dei giovani che vogliono stare e crescere insieme, nell’impegno di nonni e genitori ad offrire un buon Natale ai più piccoli … Se Maria ha potuto cantare il Magnificat partendo dalla sua situazione beata e drammatica, noi possiamo farle almeno il coro di sottofondo: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono.

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