Vangelo della domenica (15-03-2015)

Dio è fedele all’alleanza

IV dom di quar anno b
La pagina conclusiva del secondo libro delle Cronache (prima lettura) ci propone la riflessione di Israele sul suo passato. Alla luce dell’Alleanza, il popolo ebreo riconosce la vera causa dell’esilio babilonese: non una infausta sconfitta militare, ma l’ostinato peccato di un popolo sordo ai ripetuti e amorevoli richiami del suo Dio.
Proprio perché ha voltato le spalle al suo Dio, il popolo ha sperimentato il fallimento, la desolazione. Ma anche l’umiliazione più cocente, la distruzione di Gerusalemme, non rappresenta un disastro senza rimedio: la morte dell’esilio non è definitiva e lascia sperare in una nuova vita. In tal modo eventi dolorosi appaiono come una dura lezione che permette a Israele di ritornare in sé.


Quale insegnamento possiamo trarre noi, i credenti di oggi, da questa pagina dell’Antico Testamento? Essa ci obbliga a compiere un’operazione non facile, ma indispensabile: una lettura credente della storia.
Essa si rende necessaria più che mai in questo frangente di crisi economica e sociale e corrisponde ad una missione specifica del cristiano, quella di essere luce per il mondo. Le domande potrebbero essere: Immersi, come tutti, nel tunnel della crisi, di cui si stenta a scorgere l’uscita, possiamo trovare nella parola di Dio, nella nostra esperienza di fede, una luce che ci permette di rischiarare questo momento particolarmente duro? Possiamo identificare comportamenti, atteggiamenti, scelte che l’hanno originata o accresciuta o assecondata e di cui portiamo in qualche modo la responsabilità?
Possiamo portare alla luce reazioni favorite da questa situazione, ma che nulla hanno da spartire con un’esistenza cristiana? E ci sono reazioni positive che colgono effetti salutari anche in questa contingenza? Vi sono possibilità di una saggezza nuova, di una fedeltà più consistente al Vangelo, al Signore Gesù?
Sono interrogativi che una comunità cristiana non può evitare, che aiutano a discernere quanto sta accadendo prendendo come solida base di partenza l’amore di Dio che conduce la storia verso il compimento.
Il punto di riferimento di qualsiasi lettura cristiana della storia non è il successo, ma la croce di Cristo. Essere innalzati su un trono ed essere innalzati su una croce non sono la stessa cosa … anzi, sembrano realtà completamente opposte: un’immagine viva della forza e della debolezza estrema, del potere e della fragilità, del giudizio e della condanna.
Non è facile abbandonare le abituali rappresentazioni di Dio ed accettare che il suo Figlio venga a noi nelle vesti di un condannato, di un giustiziato, abbandonato da tutti, in balia dei poteri dell’’epoca.
Non è facile accogliere una salvezza che non si realizza esibendo i muscoli, ma offrendo amore; che non si compie imponendo un giudizio o un castigo, ma passando per l’esperienza di essere rifiutati e calpestati. Eppure è questo il paradosso su cui si regge la fede cristiana. La passione e la morte di Gesù non sono un incidente di percorso da dimenticare rapidamente, ma la strada che Dio ha scelto per raggiungere ogni uomo e liberarlo dal male, per farlo entrare in una vita nuova.
Chi si attende un Dio che giudica e castiga, si sbaglia di grosso. Dio ama il mondo di un amore smisurato. Per questo ha mandato il suo Figlio. E il suo Figlio è diventato un uomo proprio per manifestare agli uomini, fino in fondo, l’amore del Padre, la sua misericordia, il suo progetto di gioia e di pace per l’umanità.

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