Vangelo della domenica (17-08-2014)

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
DIO E’ DI TUTTI

Nella concezione dell’Antico Testamento l’umanità si divideva in due blocchi: da una parte Israele, popolo di Dio, al quale appartenevano l’elezione, l’alleanza, le promesse divine; dall’altra le nazioni. La distinzione non era soltanto razziale e politica, ma prima di tutto religiosa: le nazioni erano infatti, ad un tempo, coloro che “non conoscono Jahvè” (= pagani) e che non partecipano alla vita del suo popolo (= stranieri).
La dialettica tra Israele e le nazioni ritma tutto lo svolgimento della storia della salvezza, ed oscilla costantemente tra particolarismo esclusivistico e universalismo.
Ma Israele, scelto e separato di mezzo alle nazioni, si inserisce nel progetto universale di Dio che mira a salvare tutta l’umanità.
Questa visione di una salvezza universale è presente nell’antico Testamento, specialmente nel profeta Isaia.
Il profeta, infatti, aveva previsto il raduno di tutte le nazioni in una Gerusalemme spirituale, innalzata e svincolata da ogni localizzazione. La sua pietra di fondazione non sarà più Sion, ma la persona stessa del Messia. Solo la fede darà la cittadinanza di questa città.
La prima lettura allarga queste prospettive, e il tempio, centro e cuore del giudaismo, diventerà “casa di preghiera per tutti i popoli”.
Dio non riunirà soltanto i dispersi di Israele, ma moltissimi altri uomini con loro.
Gesù inaugura gli ultimi tempi. Ci si aspetterebbe che egli spalancasse subito le porte ad un universalismo senza limiti, ed invece le sue parole e i suoi atteggiamenti sono contrastanti: non esce dai confini della Palestina per predicare e compiere guarigioni e miracoli: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele”; “Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini” (vangelo). Agli apostoli raccomanda: “non andate fra i pagani”.
Ma c’è anche un’altra serie di testi che esprimono la sua ammirazione per gli stranieri che credono in lui: il centurione di Cafarnao, il lebbroso samaritano e la cananea di cui parla il vangelo di oggi, sono come le primizie di una numerosa moltitudine di stranieri dei quali predice l’accesso alla fede e alle promesse, dopo che si sarà scontrato con l’incredulità e il rifiuto del popolo eletto.
La chiesa dei primi tempi ha incontrato difficoltà ad interpretare fedelmente il progetto universalistico di Gesù e spesso si sono verificati nel suo seno tentativi “particolaristici” ed “esclusivisti”, come la pretesa di alcuni di voler imporre indiscriminatamente ai neoconvertiti la legge e le tradizioni ebraiche.
La chiesa allora si è liberata dalle tentazioni particolaristiche, ma la ricerca del particolarismo e del privilegio è una tentazione permanente e ricorrente nella storia della chiesa. Più di una volta lo slancio universalistico si è attutito e spento, nella pretesa di voler sovrapporre o sostituire con la fede cristiana anche la cultura, le tradizioni, la storia originale e ricca di popoli e di nazioni di grande e antica civiltà, confondendo cattolicità con romanità ed occidente, e pensando che l’unità esigesse l’uniformità nelle strutture, nella liturgia, nella riflessione teologica…
Per manifestare la cattolicità della chiesa non basta affermare che essa è aperta a tutti i popoli. Non è sufficiente neppure dire che essa può adattarsi a tutte le culture, in quanto non è legata a nessuna cultura in particolare. Bisogna che essa manifesti con i fatti, che tutti gli uomini e tutti i popoli si sentono a casa loro nella chiesa.
L’universalismo del vangelo sembra assai lontano dal “marcare” i nostri rapporti con gli altri. Le barriere della razza, del colore della pelle, della ricchezza, della cultura, della religione… sono ancora presenti nel mondo cristiano in maniera “scandalosa”, per poter dire che la parola del vangelo è stata veramente accolta da noi…

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