Vangelo della domenica (29-03-2015)

Domenica delle Palme o di Passione

domenica delle palmeGesù secondo il vangelo di Marco si reca a Gerusalemme per confermare la sua missione e mostrarsi come il Messia atteso da sempre per la redenzione del popolo di Dio. La parola “Messia” significa appunto “Unto con olio” ed era proprio con questa benedizione che si consacravano i re ed i profeti (1Sam.16,12-13). Gesù compirà pienamente l’espressione di: “Unto del Signore” realizzando la missione affidatagli dal Padre per la realizzazione del Regno di Dio. Il Messia era atteso come un re discendente di Davide; altre volte come un profeta, altre volte ancora, nelle profezie del profeta Daniele, come un “figlio dell’uomo” che viene sulle nubi, uomo al di sopra dell’umanità, che ha un potere cosmico che userà per ristabilire sulla terra la volontà di Dio.

Marco ci conduce per mano lungo il suo Vangelo per seguire e scoprire chi è questo “Maestro” e nello stesso tempo capire chi è il discepolo che lo segue. Al culmine di questo cammino ci porta a Gerusalemme, centro nevralgico di Israele, dove finalmente sarà fatta chiarezza sull’identità vera di Gesù. Sempre a richiamare l’olio, l’ingresso avviene dalla parte del Monte degli Olivi ad ovest della città da dove le profezie indicavano l’arrivo del Messia. L’entrata stessa di questo personaggio era stata profetizzata da Zaccaria nel suo libro al capitolo 9: ” Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle nazioni, il suo dominio sarà da mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra.” Con l’entrata di Gesù, secondo il Vangelo di Marco, inizia l’ultima settimana della sua vita terrena e soprattutto l’unica sua salita nella Città Santa. Gesù si era sempre opposto ad ogni manifestazione pubblica, ed era fuggito quando il popolo voleva farlo re (Gv.6,15), al contrario, quel giorno egli si avvicina in maniera trionfale a Gerusalemme. Solo in quell’occasione, mentre sta per andare alla morte, accetta di essere pubblicamente acclamato quale Messia, perché proprio morendo sulla croce sarà, nel modo più pieno il Messia, il Redentore, il Re e il Vincitore. Solo in quest’occasione autorizza i discepoli a rispondere a chi domanderà per chi è l’asinello: “che è per il Signore”. La cavalcata dell’asinello su cui “nessuno è mai salito prima” , rappresenta la dignità regale e corrispondeva a quella antica dei principi d’Israele (cf. Gn 49,11; Gdc. 5,10; 10,4; 12,14). Gesù accetta di essere riconosciuto Re, ma un Re dalle caratteristiche inconfondibili: umile e mansueto che entra nella città santa cavalcando un asinello, che proclamerà la sua regalità soltanto davanti ai tribunali e accetterà che ne venga posta l’iscrizione solo sulla croce. Tutto questo sarà motivo di condanna per Lui visto che invece il popolo aspettava un altro tipo di Messia, molto più potente, che avrebbe scacciato il dominatore straniero e restaurato l’antico regno. L’asinello è senza bardatura e perciò i discepoli gli buttano sopra i loro mantelli; Gesù non sale ma dice il Vangelo “siede” come a prendere possesso del suo trono, inizia un regno di pace come Dio aveva promesso, non basato sulla forza ma sull’amore. Intanto i pellegrini che lo accompagnano, onorano il percorso come per l’entrata di un re (cf. 2Re 9,13; 1Re 1,38-40). Buttando a terra i loro mantelli fanno un segno di sottomissione non aspettandosi altro di quello che hanno sempre ricevuto, dominazione. Per questo, a seguito della delusione data da un Messia che non corrisponde alla loro attesa di lì a pochi giorni scapperanno e grideranno: “crocifiggilo”. Le acclamazioni lungo il percorso, sono grida di gioia e di giubilo che venivano scandite a cori alterni come per il salmo 118 in occasione di solennità; la stessa parola “osanna” significa: “Dio salvaci! Aiutaci!”. L’espressione: “Benedetto colui che viene… “ costituiva la benedizione con la quale il sacerdote accoglieva i pellegrini che salivano al tempio di Gerusalemme. Anche l’altra acclamazione: ”Benedetto il regno che viene , del nostro padre Davide”, esprime la speranza dell’arrivo del Messia che restauri l’antico e glorioso regno di Israele. A questo punto, all’arrivo alle mura di Gerusalemme, fa impressione vedere che il corteo sembra dissolversi, tanto da non necessitare dell’intervento delle guardie romane che sicuramente si sarebbero attivate nel caso di disordini. 31 Imparando dalle lezioni del passato, sembrerebbe di non potersi più sbagliare, vedendo la testardaggine del popolo di Israele, sembrerebbe facile per noi comportarci diversamente da coloro che ci hanno preceduto, ma gli stessi dubbi continuano ad affannare la nostra vita rendendola difficile nella sua interpretazione. Anche per noi sarebbe più facile credere e dare fiducia a qualcosa di potente, che si manifestasse nella forza e che certamente portasse dei benefici visibili alla nostra vita. Anche per noi non è facile riconoscere Dio nell’umiltà e nell’amore verso gli ultimi e nelle buone opere che ad una prima occhiata non conducono a quelle ricompense che la società ci mette davanti come obiettivi e traguardi. Non dobbiamo però sconsolarci se anche i nostri occhi, sono di corte vedute come quelli di coloro che accompagnano Gesù. Dobbiamo fidarci di Lui e seguirlo non sottomettendoci nel senso brutto della parola, ma riconoscendo l’amore che ha per noi tanto da voler fare di noi e non dei “servi”. Il riconoscere chi è Lui per noi, ci permetterà di avere gioia ed entusiasmo, e poter “servire Lui nel nuovo Regno”, potrà già essere qui ed ora il coronamento della nostra vita, anche se a volte ci sembrerà che le Sue strade non siano le nostre strade e i Suoi pensieri non siano i nostri pensieri. 

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