Vangelo della domenica (13-04-2014)

DOMENICA DELLE PALME
BENEDETTO COLUI CHE VIENE NEL NOME DEL SIGNORE

Oggi la folla porta Gesù in trionfo, venerdì reclamerà la sua condanna a morte… Oggi Gesù è circondato di onori, venerdì cadrà sotto gli insulti, le percosse e le ingiurie… Ma possiamo meravigliarci di quanto è accaduto? Noi stessi, che talvolta gli manifestiamo una fede entusiasta, poi finiamo col rinnegarlo. C’è una verità, comunque, da non dimenticare: non c’è vera gloria, non c’è risurrezione, se non entriamo nella passione e non passiamo attraverso la croce.
Due sono i poli della celebrazione odierna: la processione con l’ulivo e la lettura del racconto della Passione. Ma questi trovano il loro culmine nella liturgia eucaristica.
I ramoscelli di ulivo non sono un talismano contro possibili disgrazie, ma sono il segno di un popolo che acclama al suo Re e lo riconosce come Signore che salva e che libera. Ma la sua regalità si manifesta in modo sconcertante sulla croce. Proprio in questo misterioso scandalo di umiliazione, di sofferenza, di abbandono totale si compie il disegno salvifico di Dio. Nell’impatto con la croce la fede vacilla: il suo peso schiaccia il Giusto per eccellenza e sembra dar ragione alla potenza dell’ingiustizia, della violenza e della malvagità. Sale inquietante la domanda del “perché” di questo cumulo insopportabile di sofferenza e di dolore che investe Gesù, il Crocifisso, e con lui tutti i crocifissi della storia. Sulla croce muoiono tutte le false immagini di Dio che la mente umana ha partorito, e che noi, forse, continuiamo inconsciamente ad alimentare. Dov’è l’onnipotenza di Dio, la sua perfezione, la sua giustizia? Perché Dio non interviene in certe situazioni intollerabili?
Solo la fede è capace di leggere l’onnipotenza di Dio nell’impotenza della croce. E’ l’impotenza dell’Amore. Gesù ha talmente amato il Padre da accogliere liberamente il suo progetto. Gesù non muore perché lo uccidono, ma perché egli stesso “si consegna” con libertà sovrana, per amore. Questo amore supremo che egli dona perdendo se stesso e diventando solidale con tutte le umiliazioni, i dolori, i rifiuti patiti dall’uomo, dà la misura dell’annientamento (2a lettura) di Gesù e manifesta il rovesciamento delle situazioni umane: la vera grandezza dell’uomo non sta nel potere, nella ricchezza, nella considerazione sociale, ma nell’amore che condivide, che è solidale, che è vicino al fratello, che si fa servizio.
Dio vince il dolore e la morte non togliendoli dal cammino dell’uomo, ma assumendoli in sé. Il Dio giusto si sottrae ai nostri schemi di giustizia, che reclamerebbero la vendetta immediata sui cattivi e sugli accusatori dell’Innocente: la sua giustizia si rivela perdonando e togliendo all’omicida anche il peso del proprio peccato. Il vinto che perdona il vincitore lo libera dalla sua aggressività mortale mostrandogli come l’amore vince l’odio.
Nel legno della croce le prime comunità cristiane hanno scorto il segno della regalità di Cristo, e la contemplano come luogo dell’amore, come segno di salvezza per tutti.

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