Attualità (15-06-2014)

VERSO QUALE EUROPA?

Dopo le elezioni per il Parlamento europeo, che hanno visto la sostanziale tenuta delle forze a favore dell’Europa, ma anche l’avanzata di quelle euroscettiche, tentiamo di fare una riflessione sul futuro che ci attende come cittadini europei e come cristiani, considerato il fatto che, proprio come credenti, abbiamo più volte rivendicato, a ragione, le radici cristiane dell’Europa. Ma un albero, più che dalle radici, si valuta dai frutti.
Quali sono le sfide che abbiamo davanti, a livello europeo, per uscire dalla crisi economica, per rilanciare la partecipazione democratica, accogliere i migranti e i profughi cha bussano alle porte dell’Europa, e dare spazio adeguato alle religioni? Quale è il ruolo dei credenti?
Il numero dei votanti non è calato rispetto alle elezioni di cinque anni fa, ma il 43% di coloro che si sono recati alle urne sono veramente pochi e sembrano rivelare, al di là di tante proclamazioni, una effettiva distanza dall’Europa, anche da parte dei credenti, nonostante gli appelli dei vescovi, compresi quelli italiani. E come valutare, dal punto di vista cristiano, le varie tendenze alla chiusura verso gli immigrati o i vari egoismi nazionalistici? Quali scelte avranno fatto i cristiani, a proposito di questi temi, nel segreto delle urne?
Perché l’Europa abbia un futuro, non possiamo rimandare la riflessione e il coinvolgimento, alle prossime elezioni, tra cinque anni. Il tema dell’Europa deve restare aperto, bisogna parlarne e confrontarsi, portando ciascuno il proprio contributo nella ricerca del bene comune, nel rispetto della dignità delle persone, dei diritti della famiglia e della libertà religiosa.
La via resta ancora quella del dialogo, del confronto, della responsabilità, perché l’Europa torni ad essere un interlocutore credibile, sia nei confronti dei suoi cittadini che a livello internazionale.
E’ una via che anche Papa Francesco ha messo in evidenza durante il suo viaggio in Terra Santa e nell’incontro di amicizia e di preghiera, organizzato in Vaticano domenica scorsa, a cui hanno partecipato il presidente dei Palestinesi e dello Stato di Israele, con la partecipazione anche del patriarca ortodosso di Costantinopoli Bartolomeo.
Il Papa sta veramente insegnando alle chiese e ai cristiani un modo nuovo di porsi di fronte al mondo. In Terra Santa egli ha pregato al muro di Betlemme e al Muro del pianto a Gerusalemme; ha abbracciato i bambini palestinesi dei campi profughi e, nel museo dello Yad Yashem, ha baciato la mano commosso al alcuni superstiti della Shoah. “Dio dacci la grazia di vergognarci di ciò che, come uomini, siamo stati capaci di fare”, ha detto Papa Francesco. E sono tante le cose di cui vergognarci, come i morti nel Mediterraneo, la tratta di esseri umani, comprese le decine di migliaia di donne e bambini in quel Brasile che ospita i campionati mondiali di calcio.
C’è, in Europa, una crisi economica da affrontare, ma, anche, e forse prima, una crisi culturale, morale e spirituale, che chiede ai cristiani una presenza e una partecipazione più responsabile e attiva di quella espressa finora.

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