Attualità (10-02-2013)

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IL DIGIUNO

Parlando ad un gruppo di credenti della Quaresima, ho detto che il mercoledì delle ceneri e il venerdì santo sono giorni di digiuno e che tutti i venerdì di Quaresima sono giorni di astinenza dal mangiare le carni. Mi sono sentito guardato come se fossi improvvisamente caduto dalle nuvole, come se mi si volesse dire: ma queste cose ormai non valgono più. E sono certo che tra le persone presenti c’era anche qualcuno che si richiama spesso alle tradizioni.La pratica del digiuno, ormai è sparita dalla vita ecclesiale.
Il digiuno svolge la fondamentale funzione di farci sapere qual è la nostra fame, di che cosa viviamo e di ordinare i nostri appetiti intorno a ciò che conta veramente. Non è vero che il digiuno, in tutte le forme e gradi che la tradizione cristiana ha sviluppato (digiuno totale, astinenza dalle carni, nutrirsi solo di pane e acqua), sia sostituibile con qualsiasi altra mortificazione o opera buona. Il digiuno non serve solo ad acquistare meriti o crediti di fronte a Dio, ma anche un profondo valore educativo.
Con il digiuno noi impariamo a conoscere e a moderare i nostri tanti appetiti attraverso la moderazione del nostro appetito fondamentale vitale: la fame, e impariamo a disciplinare le nostre relazioni con gli altri, con il mondo e con Dio, relazioni sempre tentate dalla voracità. Il digiuno è ascesi del bisogno ed educazione del desiderio. Solo un cristianesimo insipido e stolto può liquidare il digiuno come irrilevante e pensare di poterlo sostituire con una qualsiasi altra opera buona. Attraverso il digiuno, il credente professa la sua fede nel Signore con il suo stesso corpo.
Il vangelo e la tradizione cristiana ricordano che esso deve avvenire nel segreto, nell’umiltà con uno scopo preciso: la giustizia, la condivisione, l’amore per Dio e per il prossimo. I Padri della Chiesa dicevano: “Il digiuno è inutile e dannoso per chi non ne conosce i caratteri e le condizioni” (Giovanni Crisostomo); “E’ meglio mangiare carne e bere vino piuttosto che divorare con la maldicenza i propri fratelli” (Abba Iperechio); “Se praticate l’ascesi di un regolare digiuno, non inorgoglitevi. Se per questo vi insuperbite, piuttosto mangiate carne, perché è meglio mangiare carne che gonfiarsi e vantarsi” (Isidoro Presbitero).
Noi siamo ciò che mangiamo, e il cristiano non vive di solo pane, ma soprattutto della Parola e del pane eucaristici.
In un tempo in cui il consumismo ottunde la capacità di discernere tra veri e falsi bisogni, in cui lo stesso digiuno e le diete divengono oggetto di business e la quaresima è sbrigativamente letta come l’equivalente del ramadan musulmano, il cristiano ricordi il fondamento antropologico e la specificità cristiana del digiuno. Esso è in relazione alla fede perché fonda la domanda: “Cristiano, di che cosa vivi?”, “ Qual è il nutrimento della tua vita?”.

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