Attualità (13-04-2014)

PARTIRE DALLE PERIFERIE

Fino a pochi mesi fa il termine “periferia” sembrava appannaggio dei sociologi, e degli operatori sociali delle grandi città. Il “ciclone Francesco”, l’insieme del pensiero, dei simboli e dell’azione del Papa venuto dai confini del mondo, ha cambiato le cose.
Parlare di periferie è riferirsi, come dice l’etimologia della parola, alla circonferenza che racchiude uno spazio, che fa da confine, che protegge, ma che fa anche da luogo di passaggio. Non si tratta solo di luoghi geografici, ma, ancora più, di luoghi dell’anima e del cuore, modi di relazione, di sentirsi e definirsi. Luoghi che riguardano la vita delle persone e delle comunità e, dunque, per noi cristiani, ambiti in cui viene cercato e vissuto il vangelo.
Luoghi “esistenziali” direbbe Papa Francesco, che però rischiano di rimanere esclusi dall’attenzione delle istituzioni e delle chiese, perché difficili da contattare e da educare. Al nostro “Centro Ti Ascolto” e in canonica, incontrando tante persone, conosciamo i volti che portano i segni della povertà e della marginalità, colorate con tinte antiche e nuove: famiglie percorse dalla crisi, difficoltà provenienti dalla carenza di senso e significati, vulnerabilità che si trasformano in dipendenza o in fragilità interiore, persone diventate soggetti singolari per le divisioni e le sconfitte psicologiche e sociali, stranieri alla ricerca di identità… L’incontro con queste persone ci pone di fronte a realtà nuove, che richiedono parametri nuovi di valutazione e di intervento. Il rischio è che, nella difficoltà a comprenderle nella loro novità, cerchiamo di inquadrarle in vecchi schemi, o le rifiutiamo, perché non corrispondono alle nostre etichette.
E’ quanto sta avvenendo anche nel nostro territorio. Situazioni complesse vengono ritenute estranee a noi, non perché lo siano effettivamente, ma perché non riusciamo ad inserirle nella nostra mentalità e nei nostri progetti. E’ così che un’opera come la Ficaia, che ha sempre cercato di agire ascoltando e accogliendo persone provenienti dalle estreme periferie umane, si è trasformata, per volere delle istituzioni, in un un’altra opera sociale, più aderente alla nostra mentalità, che aiuta i “nostri”, quelli che rientrano maggiormente nei nostri schemi e, in conclusione, sono capaci anche di esprimere consenso. In questo modo , la nostra comunità, civile ed ecclesiale, non si è arricchita, come certa propaganda ha voluto far credere, ma si è impoverita, culturalmente, spiritualmente e moralmente.
In questo modo non si affrontano, né si risolvono i problemi delle periferie, ma, ignorandoli, si aggravano. Esse, infatti non sono in grado di venire da sole verso il centro. E’ la presunzione di chi crede di essere l’”ombelico del mondo”, che non si muove, e che pretende che tutto e tutti si muovano verso di lui.
Lo stile di Papa Francesco invita a muoversi in direzione opposta. Egli vuole una “chiesa in uscita”. E’ un percorso in senso inverso a quello che normalmente siamo abituati a fare e a far fare. Un percorso di discernimento che aiuti a scoprire la qualità educativa e culturale dello stare nelle periferie esistenziali, imparando a giudicare, proprio a partire da queste realtà, ciò che ci accade intorno e le decisioni di coloro che hanno potere. E’ un percorso di trasformazione dei modi di vivere, di pensare e di agire, nostro e delle istituzioni. Ecco la vera sfida, sia dal punto di vista pastorale, che dal punto di vista politico: assumere il cambiamento e l’attenzione alle periferie del vivere come metodo, strada, strumento e contenuto del nostro essere testimoni del vangelo.

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