attualità (21-09-2014)

PREGHIERA O
ASCOLTO DELLA PAROLA?

“Non andate agli incontri sulla parola di Dio: non servono a nulla e vi confondono le idee sulla fede; venite piuttosto a dire il rosario con noi; vi fa bene all’anima”. Sono inviti che alcuni gruppi di “pie donne” fanno ad altre persone in ricerca di opportunità utili per approfondire la propria fede.
E’ davvero un bel problema la preghiera. S. Paolo scrivendo ai Romani dice : “Noi non sappiamo nemmeno che cosa sia conveniente domandare (Rm 8, 26-27). S. Agostino sosteneva che non servono le parole: “Il dovere della preghiera si adempie meglio con i gemiti che con le parole, più con le lacrime che con i discorsi”. Padre Andrè Louf, monaco trappista scomparso recentemente diceva che la preghiera più contemplativa e l’azione più impegnata sono praticamente identiche”.
Il nostro è un tempo di forte crisi per la preghiera, perché l’abbondanza e l’opulenza di cui ancora godiamo, nonostante la crisi, nell’area nord-occidentale del mondo consolida la fiducia dell’uomo in se stesso, al punto che sembra che non avverta più il bisogno di Dio.
Per questo è necessario che ci domandiamo bene cos’è la preghiera cristiana.
Essa, infatti, ha una sua peculiare caratteristica, rispetto alla preghiera che è propria di ogni essere umano alla ricerca di una dimensione sovrumana e spirituale della vita.
La preghiera cristiana consiste prima di tutto nell’ascoltare Dio, ancora prima di parlargli e di chiedergli qualcosa. Non si possono mettere in contrasto ascolto e preghiera, ma quest’ultima deve sempre partire dall’ascolto.
Oggi, invece, accade sempre più spesso che, partendo da sé stessi e dalle proprie emozioni e sensazioni, la preghiera viene vissuta come una pratica che genericamente “fa bene”, e “giova alla buona salute del corpo e dello spirito”, o come un antidepressivo. E allora si vanno a cercare esperienze che giocano sull’emotività e sulla suggestione e sembrano dare apparente serenità e tranquillità.
Si vanno a rispolverare devozioni e tradizioni, alla riscoperta, si dice, della “pietà popolare”, ma il senso autentico della preghiera cristiana non è questo.
Si vanno diffondendo delle vere e proprie scuole di spiritualità, che sperimentano e propongono la preghiera come esperienza di cambiamento e di crescita spirituale.
Ma la domanda è ancora più profonda: non ci si chiede tanto come pregare, ma perché pregare.
La preghiera, per il cristiano, specie quella di intercessione, non è un atto automatico e scontato, essa presuppone la fede. Uno prega se ha fede, se ha fiducia di ottenere ciò che chiede.
Nella preghiera il cristiano impara a leggere la propria storia e quella della comunità umana e religiosa in cui vive. Pregare per la pace, per i migranti che ogni giorno attraversano o muoiono nel Mediterraneo, per i cristiani perseguitati in Medio Oriente e uccisi in Africa, non può lasciarci così come eravamo prima di pregare, ma ci costringe ad essere responsabili nei confronti di questi fratelli.
Intercessione significa, letteralmente, fare un passo in mezzo, entrare nel vivo delle situazioni della storia. La preghiera non è mai evasiva.
Molti dicono: “Io non ho tempo per pregare”. E’ un problema concreto, ma anche falso. Il problema non è pregare, ma fermarsi, stare da soli, restare in silenzio. Chi afferma di non avere tempo è un alienato, che non domina e ordina il tempo e la sua vita, ma ne è inghiottito.

 

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