Attualità (21-10-2018)

I CRISTIANI E IL POTERE

Spesso si è pensato che essere discepoli di Gesù comporti la distanza da qualsiasi ruolo di autorità. Il potere è un male in sé? Cercarlo, anche nell’ambito politico, è un male?
La cultura cattolica non ha sempre affrontato questi interrogatici nel migliore dei modi, anzi ha contribuito alla diffusione di due discutibili atteggiamenti. Il primo lo si può esprimere in questo modo: desiderare il potere è sempre cattivo: occorre vincere questa aspirazione e assumere atteggiamenti umili. Questa visione ha portato, e porta tuttora, ala fuga dalle responsabilità: il desiderio di staccarsi dal mondo e dall’impegno sociale e politico sembra essere più in sintonia con il Vangelo o meglio con il nostro modo di pensarla. Il secondo atteggiamento considera il potere come qualcosa di cui per cercare e ottenere i propri obiettivi. Persino la Chiesa, dopo essersi dapprima tenuta lontana dall’agone politico, successivamente ha spinto i cristiani a farne parte per rafforzare la presenza e lo sviluppo della religione cattolica, o per creare una società civile che fosse governata dalle “leggi” del Vangelo. E’ giusto aspirare al potere per difendere i diritti (e i privilegi) della Chiesa? E’ corretto impegnarsi a costruire per mezzo di esso una società cristiana?
Il rifiuto che oggi si avverte nei confronti della politica svolta dai cristiani non dipende solo dal fatto che alcuni di essi hanno cercato di curare i propri interessi, ma soprattutto dal fatto che quell’azione politica non è stata pensata e costruita in armonia con il messaggio evangelico. Politica sì, quindi, ma solo al servizio della promozione dell’uomo e alla crescita della giustizia.
E’ giunto il tempo in cui si debba recuperare il significato costruttivo e il valore positivo del potere. Desiderarlo per dominare, o per sentirsi padroni e superiori, costituisce la deviazione più deleteria, perché esso diventerebbe oppressivo. Ma ci può essere, ed è anzi necessario che ci sia, un potere che libera le persone e che costruisce il mondo della giustizia.
Chi si impegna politicamente, anche come credente, dovrà essere disponibile a operare per la pace e la giustizia, partendo sempre dalle attese dei più poveri. Dovrà anche fornirsi di una specifica competenza politica che si esprime nella capacità di analisi, di progettazione, di mediazione e di concretezza nelle scelte.
E i credenti che votano debbono valutare persone e programmi non a partire dal vantaggio che ne possono trarre personalmente, ma in base agli impegni di giustizia e di bene di tutti, a partire dagli ultimi.

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