Attualità (22-04-2018)

CRISTIANI, PARTE DI UN GREGGE, MA NON “PECORONI”

Oggi parlare di pastore e di gregge ha connotazioni più negative che positive. Basta pensare a quando si accusa qualcuno di essere “pecorone”!
E’ possibile essere discepoli di Gesù (“le mie pecore”) senza appartenere a un gregge (la chiesa, la comunità)?
Prendere sul serio il vangelo (= lieto annuncio) non corrisponde ad essere navigatori solitari.
La presenza di altre persone nei nostri progetti, l’abitudine a valutare e progettare insieme, ci permettono di crescere in saggezza e audacia, in capacità riflessiva e comunicativa.
Il cristiano, poi, se è fedele al suo Signore, si trova inevitabilmente a fare i conti con la croce, che non è una disgrazia inevitabile. La croce, nella vita di Gesù, non è stato un incidente di percorso, ma la logica conseguenza di una fedeltà a tutta prova alla missione che il Padre gli aveva affidato.
Un discepolo, se è autentico, si troverà ad affrontare l’opposizione, il contrasto, il rifiuto. Quando si è disposti ad accettare questa “croce” ci si accorge fino in fondo della nostra fragilità e si avverte la necessità di essere accompagnati e sostenuti da altri fratelli e sorelle che agiscono aderendo allo stesso vangelo, al seguito dello stesso Signore crocifisso e risorto.
Si fa esperienza, così, dell’essere portati da altri, essere condotti da educatori e accompagnatori che conoscono il cammino esaltante, ma anche duro, della crescita spirituale. E’ una comunità “santa” quella in mezzo alla quale si vive, perché offre “realtà sante” e si apre all’azione trasformatrice dello Spirito. Ma è anche una comunità di peccatori, di uomini e donne che provocano talvolta veri e propri scandali e sconfessano con il loro comportamento quel Regno nel quale dicono di credere.
E’ una comunità in cui progressivamente può crescere un senso di appartenenza che non la idealizza, ma ne coglie con franchezza luci e ombre, e nello stesso tempo ne sperimenta il ruolo e l’importanza.
Spesso c’è chi vede la chiesa come l’istituzione del Papa, dei vescovi, dei preti e di quelli che gli stanno intorno. E’ la visione di coloro che non si sentono coinvolti, e vedono la chiesa solo dall’esterno.
Ci sono poi quelli che affermano con orgoglio: “La chiesa siamo noi!”. Sono per lo più membri di gruppi e di movimenti, all’interno dei quali la conoscenza reciproca e le relazioni sono molto più intense di quelle che si notano nella grande comunità. E’ facile in un gruppo ristretto creare un certo calore. Basta chiudere porte e finestre! Le chiese hanno uno strumento che non discrimina e non esclude mai: la campana. Quando suona la campana, tutti sono chiamati e invitati, e nessuno sta sulla porta di chiesa a dire: “Tu sì e tu no!”. Fanno parte della chiesa anche coloro che non fanno percorsi impegnati, quelli che seguono una pratica stanca e abituale, quelli che si vedono solo per le grandi occasioni.
“La chiesa siamo anche noi”. Solo quando ci esprimiamo così si imbocca la strada giusta, quella che, col tempo, porterà ad un solido senso di appartenenza.
Anche noi, ma non solo noi. Perché anche noi, come gli altri, guardiamo a Gesù Cristo, scopriamo la forza dello Spirito e ci consideriamo figli dello stesso Padre. E non ci arroghiamo il diritto di misurare gli altri, la loro fede, i loro comportamenti, le loro scelte, ma accettiamo di venire misurati solo dalla Parola, proclamata e accolta, meditata e amata, custodita e pregata, contemplata e realizzata.

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