Attualità (24-03-2013)

DIMISSIONI NELLA CHIESA

La vita è un continuo passare da un orizzonte all’altro, un continuo “esodo”. Per il credente la fonte e la forza di questo straordinario itinerario è la sequela di Gesù, nell’ascolto costante della sua Parola. Essa presenta orizzonti e impegni sempre nuovi e più ampi. Per compiere questi passaggi si sperimentano molte “dimissioni”, perché l’esodo esige sempre di lasciare qualcosa per qualcos’altro  E’ un pensiero che nasce anche dalla riflessione sul grande gesto di Benedetto XVI. Si possono dimettere un padre e una madre? Essi restano tali anche quando non hanno più le forze e la lucidità. A tutti, in particolare ad un prete, viene chiesto di lasciare e assumere compiti e ruoli, funzioni e impegni, sempre in obbedienza spirituale e come risposta ad esigenze che il variare delle situazioni e della storia pone. Obbedienza al Signore e alla Chiesa! Tutto questo avviene con grandi tensioni, in grande fedeltà all’approfondimento della paternità spirituale. Proprio in ragione di questa paternità, ogni dimissione, del Papa, di un vescovo, di un parroco, suscita fatica e dolore. Può un Papa dimettersi? Giuridicamente, è chiaro, lo può. Ma in un orizzonte di considerazioni spirituali e di fede?
Il problema è che molto spesso di un Papa, di un vescovo, di un parroco, non viene considerata la paternità, ma la funzione, il compito, l’ufficio. Benedetto XVI
ha motivato la sua rinuncia al ministero
petrino con la giusta considerazione dell’età, della fatica e della debolezza.
Ma non sarebbe stato diverso se si fossero realizzati maggiormente gli auspici e le prospettive del Concilio, e il Papa, i vescovi e i preti oggi non fossero costretti a vivere una gelida solitudine istituzionale, a difendersi dalla pesantezza delle strutture (le curie, le diocesi, le parrocchie) e dalle incomprensioni e dalla scarsa collaborazione delle comunità?
Ancora una volta la questione sta nella possibilità e nella capacità di fare “comunione” fra Papa, curia romana e vescovi (il Concilio la chiamava “collegialità”), tra vescovi e preti, tra preti e comunità.
Finché queste relazioni vengono considerate e vissute in modo funzionale e istituzionale, sono comprensibili anche le dimissioni. La domanda che dobbiamo porci, pertanto, è: quale modello di chiesa e di comunità cristiana stiamo perseguendo?
Mi pare che lo Spirito guidi sempre di più la Chiesa verso una identità meno strutturale e funzionale, più spirituale, e in cammino, come comunità di discepoli, alla luce della Parola, meno tradizionalista e ripetitiva, più fantasiosa e innovativa… più paterna e materna.
In una chiesa così le dimissioni non avrebbero senso, né del Papa, né dei vescovi (i quali, invece, sono obbligati a dimettersi a 75 anni), né dei parroci. Papa Francesco ha cominciato a dare dei segni che sembrano andare in questa direzione.

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