Attualità (25-10-2015)

UNIONI CIVILI: QUALCHE RIFLESSIONE
OLTRE LE POSIZIONI IDEOLOGICHE

Il tema delle unioni civili è uno dei più laceranti del momento politico italiano. Posizioni ideologiche fisse, sclerotizzatesi nel tempo dalle mancate decisioni rendono il dibattitto difficile e irto di posizioni insuperabili. Un politico un tempo diceva: “Su dieci questioni che arrivano sul mio tavolo, nove si risolvono da sé, lasciandole al tempo. Compito del politico è capire qual’è quella che, non risolta, può diventare una questione rilevante”. La questione delle unioni civili risente sicuramente dei molti rinvii che ha subito, fino a diventare una questione di difficile soluzione.
Eppure la Corte Costituzionale aveva trovato una dignitosissima via d’uscita, quando aveva posto la questione sul binario dell’articolo 2 della Costituzione, che tratta della tutela delle “formazioni sociali” in cui i singoli “svolgono” la loro personalità. Questa posizione consente di distinguere le “unioni matrimoniali” dalle “unioni non matrimoniali”. Le prime configurate nella famiglia “fondata sul matrimonio” (art 29), le seconde incluse tra le “formazioni sociali”, come le associazioni, i sindacati e le cooperative. Questa riflessione si faceva già agli inizi degli anni novanta. Ma allora, per argomenti di questo genere non c’era spazio nel tritacarne di una polemica imperniata, specie in campo cattolico, sul criterio dei “valori non negoziabili”, talmente rigido da rigettare anche l’escogitazione dei “Dico”, per cui si ricorreva alla duplice raccomandata con ricevuta di ritorno per consentire a due persone di rendere nota la loro convivenza, senza neppure comparire insieme davanti ad un pubblico ufficiale.
Nel frattempo le asprezze sono aumentate, ed è insorta con forza la rivendicazione del diritto al matrimonio che viene non dall’area delle convivenze di fatto, che per loro natura rifiuta l’istituzione del matrimonio, ma dall’area omosessuale, che punta alla cancellazione della differenza di genere dai requisiti del rapporto coniugale.
Oggi, ormai, non è più rinviabile un riconoscimento delle unioni civili e di forme di garanzia, evitando però l’omologazione al matrimonio. Si tratta sempre di persone che scelgono di mettere insieme le proprie ragioni di vita. E non sembrano soluzioni legislative che possano indebolire, per i credenti, il carattere sacramentale del matrimonio.
Se si riuscisse ad attenuare la contesa e valutare più oggettivamente la questione, emergerebbero anche aspetti positivi da mettere in risalto. Dietro a queste rivendicazioni potremmo anche leggere una “domanda di famiglia”, che arriva fino al desiderio della formalizzazione nel matrimonio, che viene da pezzi di società finora ritenuti fautori della massima informalità dei rapporti. Comunque la si configuri, una disciplina legislativa delle unioni di fatto comporterebbe, accanto all’affermazione dei diritti, anche l’assunzione di obblighi, sia verso il partner che verso la società. Potremmo leggere tutto questo come un bisogno di “ordine” proprio là dove sembrava consolidata l’abitudine ad una pratica esistenziale considerata “disordinata”. Una tendenza simile sarebbe addirittura da incoraggiare come un fattore oggettivo di stabilità e di equilibrio, in una società sempre più frantumata come la nostra.
Qualcuno potrebbe considerare queste ipotesi azzardate. Ma una ricerca libera da ossessioni ideologiche potrebbe cimentarsi su questi terreni per intercettare i dati della storia e del cambiamento del costume, e anche – perché escluderlo? – imbattersi nelle sorprese dello Spirito!
E’ questo lo spirito e l’atteggiamento che Papa Francesco ha chiesto al Sinodo e chiede sempre alla chiesa: cercare la volontà di Dio e il vero bene delle persone e non l’affermazione delle proprie idee e convinzioni.

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