Attualità (29-01-2017)

SEGUIRE GESU’ RENDE FELICI?

Si può essere felici seguendo un altro e non se stessi? Ecco un vero e proprio tabù da cui oggi facciamo fatica a liberarci: la vera felicità non è una forma di autorealizzazione, anche se, ovviamente, suppone sempre un concorso attivo e responsabile del soggetto. Non può esserlo, non tanto per il carattere laborioso e fragile del mio coinvolgimento personale, quanto perché in questo caso lo stato di appagamento che dovrebbe farci felici sarebbe inevitabilmente circoscritto al mio orizzonte esistenziale: alle mie attese, ai miei bisogni, ai miei sogni…
A partire unicamente da me io posso protendermi verso una felicità che, al più, tende a massimizzare le mie esperienze, ad aumentarle. Non è possibile, in altre parole, aspirare a una felicità totalmente altra senza essere disposti a lasciarsi toccare, visitare, stupire dal Totalmente Altro. La vera differenza da cui dipende la vera felicità, ancora una volta, è sempre quella tra finito e infinito. E’ la trascendenza che fa la differenza. Una felicità veramente altra, per cui la tradizione cristiana ha privilegiato il lessico della beatitudine, può provenire solo dall’alto: è quella che si raggiunge come frutto di un dono gratuito e infinitamente misericordioso, che ci lascia senza fiato e scarta rispetto alla logica cristiana mondana della convenienza, dello scambio, del do ut des. Per questo dobbiamo sempre chiederci verso quale Gesù siamo in cammino: il taumaturgo che ci risolve magicamente ogni problema, proiezione evidente delle nostre manie di grandezza, oppure il maestro che ci precede e ci accompagna, con un amore che salva perché non arretra sulla via del Golgota, attraversando l’ultima frontiera della morte?
Certamente ,l’incontro con Gesù richiede un ascolto umile e costante della Parola, saldamente ancorato dentro un contesto ecclesiale, guadagnato attraverso un percorso esigente e metodico. Ma è parte integrante di questo percorso una verifica intorno ai pregiudizi e alle riserve mentali con cui possiamo mortificare e soffocare sul nascere quest’avventura spirituale. Non dobbiamo mettere troppi paletti alla nostra sete di felicità: rinunciare all’infinito per non staccarci dalle seduzioni del finto è il peggiore autogol che si possa commettere: “essere solo uomo, ha scritto il teologo gesuita canadese Bernard Lonergan, è quanto l’uomo non può essere”.

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