Attualità (31-01-2016)

LA RIVELAZIONE DEL NOME DI DIO
COME RIVELAZIONE DELLA SUA MISERICORDIA

Nell’antico Testamento la rivelazione della misericordia di Dio è strettamente legata alla rivelazione di Dio in occasione dell’esodo e della liberazione di Israele dall’Egitto, e con la sua
rivelazione al Sinai (o Oreb). L’evento si verifica in una situazione difficile, anzi disperata, del popolo di Israele. Il popolo è oppresso e costretto a svolgere il duro lavoro degli schiavi; Mosè deve fuggire dalla polizia egiziana, che gli dà la caccia. Nel roveto ardente, sul monte Oreb, Dio gli si rivela come il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, riallacciandosi, quindi, all’inizio della storia della salvezza, cominciata con Abramo. Dio si rivela come un Dio che chiama e conduce fuori. Egli è un Dio della storia. Dio vede la miseria del suo popolo e ode il suo grido: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto” (Es 3,7s). Dio è un Dio che si prende cura della miseria degli uomini, che parla, che agisce e interviene, che libera e redime. La formula “Yawè che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto” diventa l’affermazione fondamentale dell’Antico Testamento.
La rivelazione del Dio che si abbassa e discende è indissolubilmente legata alla rivelazione della sua santità, della sua superiorità che sovrasta tutta la realtà terrena, della sua magnificenza e della sua sovranità. Mosè vede il roveto che brucia ma non si consuma, si copre per rispetto il volto; non può avvicinarsi; deve togliersi i calzari, perché il terreno su cui sta è un terreno santo. Quando poi chiede a Dio qual è il suo nome, ottiene questa risposta misteriosa: “Io sono colui che sono” (Es 3,14).
Il termine “misericordia” non ricorre esplicitamente nella rivelazione dell’Oreb, ma ciò che misericordia oggettivamente significa è già accennato nella rivelazione del nome e sarà sviluppato successivamente, in una situazione fortemente drammatica. Dio aveva tratto il suo popolo dalla schiavitù d’Egitto e gli aveva dato come documento della sua alleanza la Legge. Ma l’alleanza fu subito infranta con l’adorazione del vitello d’oro.
Mosè intercede presso Dio, gli ricorda la sua promessa e gli chiede di essere pietoso e misericordioso. Allora si verifica la seconda rivelazione del nome: “ A chi vorrò fare grazia e di chi vorrò avere misericordia avrò misericordia” (Es 33,19). La misericordia di Dio è concepita come espressione della sua sovranità e della sua libertà. Nonostante l’infedeltà del popolo, Dio non lo abbandona, ma gli rinnova la propria alleanza, gli dà un’altra possibilità e fa tutto ciò in piena libertà e per grazia.
Infine Dio si rivela ancora a Mosè gridando: “Dio è un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco d’amore e di fedeltà” (Es 34,6). Nella sua misericordia Dio è fedele a se stesso e al popolo, nonostante l’infedeltà di quest’ultimo. Questa formula verrà ripetuta spesso dall’ebreo credente (vedi salmi). e diventerà il credo dell’antico Testamento.

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