Attualità (4-08-2013)

VOLONTARIATO E GIUSTIZIA

Le comunità cristiane e i singoli credenti, compresi quelli impegnati nel volontariato e nella politica, hanno dato, in questi decenni di Costituzione, che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini scarsi contributi a questo riguardo. Eppure agli articoli che riguardano questi argomenti hanno dato un contributo preminente i cattolici, molti dei quali (Dossetti, La Pira, Lazzati…) legarono strettamente nella loro vita Costituzione e Vangelo.
Ci si è impegnati molto nella carità e nella solidarietà, meno nella lotta per la giustizia. L’obiettivo, non è aiutare i poveri (assistenzialismo), ma ridurre le disuguaglianze. E questo è un obiettivo tipicamente “politico”. Allora possiamo domandarci: il volontariato ha titolo e capacità di svolgere un ruolo politico? A questa domanda alcuni rispondono di no, perché, dicono, in base alla Costituzione (art 49), questo è un ruolo riservato ai partiti. La stessa Costituzione, però, all’art. 50, dice anche che “tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità”.
Legislazioni recenti sulle autonomie locali e sui servizi territoriali riconoscono al volontariato un ruolo anche politico. Al di là del titolo giuridico è la realtà che chiede al volontariato di assumere questo ruolo, perché i partiti, tesi a conseguire consenso, operano quasi esclusivamente a favore delle classi medie, che costituiscono la maggioranza della popolazione, e perseguono loro interessi specifici. Non sono in grado, pertanto, di farsi carico dei bisogni e dei diritti di quelli che non contano, anche perché occuparsi di questi comporta la perdita del consenso di quelli che contano, compresi i credenti e praticanti.
Le associazioni di volontariato che si fanno carico di tali bisogni e di tali diritti, perciò stesso hanno titolo e anche voce. Ma ne hanno la forza? L’hanno, se vogliono e se sanno usarla.
Il bravo volontario non è colui che ha tanta buona volontà nel fare il bene, ma quel cittadino che, conoscendo i fenomeni di povertà e di ingiustizia, e le opportunità e le risorse di cui le istituzioni potrebbero disporre, ne informa la comunità e la coinvolge.
La presenza assidua di politici e amministratori alle manifestazioni del volontariato, e qualche volta, perfino la loro presenza negli organismi direttivi, dovrebbero suscitare la domanda: quanto effettivamente essi , nella politica, fanno per i poveri? La loro presenza in evidenza alle processioni religiose dovrebbe interrogare i credenti: quanto si impegnano a mettere in pratica il Vangelo del dar da mangiare agli affamati, da bere agli assetati e accoglienza ai forestieri?
Perché il volontariato possa giungere ad esercitare un’influenza significativa sulle politiche socio-economiche, deve realizzare alcune condizioni. La prima è l’unità, pur nel rispetto delle caratteristiche e delle autonomie delle diverse associazioni: unità di volta in volta su obiettivi precisi e condivisi. Le consulte locali potrebbero garantire questa condizione. C’è ancora troppo campanilismo e individualismo associativo, e asservimento ai pubblici poteri. Seconda condizione è la formazione, che non deve riguardare solo il “saper fare”, ma anche le motivazioni e i valori, che invece qualche associazione, anche di ispirazione cristiana, tralascia. Terza condizione: la preparazione politica: la conoscenza delle politiche sociali, dei meccanismi economici, delle leggi e delle strategie di azione, aspetti di cui si ha scarsa consapevolezza. Quarta condizione è la libertà da condizionamenti politici ed economici: la forma che consente maggiore libertà con le istituzioni è la convenzione o il lavoro per progetto, quello che lega maggiormente è il contributo discrezionale e i finanziamenti a pioggia. Quinta condizione sono le alleanze: gli alleati più vicini possono essere le cooperative sociali, le associazioni culturali, i movimenti per i diritti (dei malati, dei minori, dei disabili, delle famiglie…) per la pace, per l’ambiente…; ma bisogna scegliere: ci sono associazioni “culturali”, che si definiscono anche “cristiane”, le cui principali attività sono la vendita di alcolici e la gestione di slot machine. Gli alleati più infidi sono i partiti; i sindacati non sempre sono liberi da interessi corporativi.

 

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