Attualità (5-04-2020)

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CELEBRARE LA PASQUA
IN TEMPO DI CORONAVIRUS

Ci avviciniamo alla Pasqua, e in maniera più forte, in questo tempo di coronavirus, si pone per i credenti e per i non credenti il tema della fragilità personale e collettiva, sociale ed economica, politica e istituzionale. E’ il tema della malattia, della vita e della morte, che tocca e ridefinisce ogni cosa. E’ il tema dell’annuncio del Vangelo in questo tempo. Il tema del nucleo centrale della nostra fede.Di fronte a un nemico invisibile e presente, impalpabile e certo, che assume il volto possibile di ogni persona, di ogni relazione e rapporto, persino di quelli più intimi e familiari, ci sentiamo improvvisamente indifesi, esposti, smarriti. E’ una fragilità anzitutto personale, come di chi sa di essere esposto in prima persona all’incertezza di una malattia e del proprio destino e poi, immediatamente, legata a quello dei propri cari, degli amici. Finché tutto questo è lasciato alla sfera individuale rimane nella percezione come circoscritto, non scatena una reazione di massa. Ma quando la minaccia è percepita e sperimentata come generalizzata, allora non si può più nascondere la morte. E nel rovescio dell’illusione di chi pretende di possedere il tempo e la propria condizione come duratura emerge la malinconia del suo svanire inarrestabile.
Per noi cristiani il tema del tempo (che dopo l’evento pasquale è figura messianica di contrazione del tempo, l’avvio del tempo ultimo) e dunque il tema della morte è legato al tema della risurrezione: “Se soltanto per ragioni umane io avessi combattuto a Efeso contro le belve, a che cosa mi gioverebbe? Se i morti non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo” (1Cor 15,32).
E questo tempo inatteso e pericoloso non è un altro tempo. Il tempo messianico non è un altro tempo, ma una trasformazione profonda del tempo cronologico. L’escatologia che annunciamo e crediamo implica una trasformazione delle cose penultime a partire da quelle ultime. Non la loro contrapposizione. Qui, ora è l’esercizio della nostra responsabilità per la vita di tutti. La nostra decisione di rinunciare è in realtà un’offerta. Altrimenti solo l’egoismo personale e sociale segnerà in forma duratura questo passaggio difficile.
Se si chiudono le chiese è per la vita. E per la vita nel suo significato evangelico di dono. Non semplicemente per un provvedimento pur necessario di sanità pubblica. Come la donna di Betania che versa sul capo di Gesù l’unguento profumato, così anche noi dobbiamo “sprecare” l’amore. “Dovunque sarà annunciato questo vangelo, nel mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche ciò che ella ha fatto” (Mt 26,13).
Su un piano personale ed ecclesiale sperimentiamo una forma inedita di solitudine della fede. Certo non poter celebrare l’eucarestia, cioè il centro della nostra fede, non è cosa qualsiasi da argomentare con un semplice e burocratico “in ottemperanza…” (che spingerebbe davvero nel senso di un’accelerazione del processo di scristianizzazione).
Tutto questo non è senza conseguenze, né sul piano individuale, né su quello comunitario, ma non è di per sé neppure una crisi della fede, se è sostenuto da un annuncio forte, argomentato, condiviso da parte della Chiesa.
La chiesa italiana, lo stesso vescovo di Roma sono attesi per una parola che ripeta nuovamente il vangelo in questo tempo; che affronti il mistero della morte e della risurrezione. Perché con questo oggi tutti individualmente e collettivamente, siamo confrontati. Questa è l’attesa, consapevole o meno, di una moltitudine. Siamo entrati in una lunga vigilia, un’interminabile veglia notturna. E’ il Sabato santo della fede, il giorno a-liturgico per eccellenza, un tempo denso di sofferenza, di smarrimento, d’attesa e di speranza che sta tra il dolore della croce e la gioia della Pasqua. Il giorno del silenzio di Dio. La Chiesa deve preparare la Pasqua, perché non potremo celebrare neppure la liturgia pasquale, il centro della nostra fede: il corpo e il sangue di Cristo dato per noi e per tutti.
Ma che cos’è per il cristiano il vigilare se non l’attendere, scrutare nella notte, prestare attenzione al proprio tempo; se non prendersi cura dell’altro, vegliare con amore qualcuno nelle case? In questo tempo abbiamo la possibile consolazione della Parola e della preghiera, da quella personale a quella familiare. Possiamo farla risuonare. In molti modi.
E’ il tabernacolo dei cuori e delle case che in quest’ora viene aperto. Cristo sta alla nostra porta.

Per la riflessione – La Pasqua di quest’anno sarà diversa da tutte le altre che abbiamo vissuto in passato. Che cos’è che ti mancherà di più? Che cos’è che invece non cambierà affatto? In cosa questa Pasqua potrà essere migliore di quelle passate?

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