Attualità (7-09-2014)

CI SONO ANCORA I “COMUNISTI”?

Qualche tempo fa una anziana signora mi si avvicinò e mi fece alcuni inaspettati complimenti relativi al mio modo di essere prete, che concluse con questa espressione: “… e pensi che mi avevano detto che lei è comunista!”…
Le risposi che i comunisti non esistono più, se non nella mente di chi vuole ad ogni modo giudicare e condannare chi non la pensa in un certo modo..
La signora forse non capì, ma, se ci pensiamo bene, ci accorgiamo con quanta facilità si classifica con l’etichetta “comunista” qualcuno, non in quanto “mangiatore di bambini”, né per la pratica dell’ateismo, come si riteneva un tempo, ma perché si occupa dei poveri e degli esclusi non in modo paternalistico e assistenzialistico, ma cercando di capire e far capire le cause, i processi e i meccanismi che producono la povertà e l’esclusione nella cultura e nelle strutture della società (ciò che San Giovanni Paolo II° nell’enciclica “Sollicitudo rei socialis” chiamava “strutture di peccato”).
Dom Helder Camara, vescovo brasiliano conosciuto per la sua azione a favore dei poveri della sua terra e dei popoli in via di sviluppo, diceva: “Quando do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo, ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista”.
E’ quanto capita ancora oggi, anche da noi, ogni volta che qualcuno richiama l’attenzione delle istituzioni e delle comunità sui mali e sulle ingiustizie del mondo: dalle tragedie dell’immigrazione al dramma della disoccupazione; o punta il dito sulla mancanza di etica nell’economia, nella finanza, nel capitalismo e nel mercato.
Papa Francesco, in una intervista rilasciata ad un quotidiano romano nel giugno scorso, affermava: “I comunisti ci hanno rubato la bandiera. La bandiera dei poveri è cristiana. La povertà è al centro del Vangelo”. Il Papa, così, voleva sottolineare un generale allontanamento dal vangelo da parte dei singoli cristiani e delle loro comunità, perché si sono allontanati dai poveri.
Vangelo e poveri sono strettamente collegati e non possono essere considerati separati.
L’attenzione verso gli ultimi e i temi della giustizia e della pace sono parte integrante del Vangelo e della testimonianza cristiana, e sono caratteristiche fondamentali del regno di Dio, che la chiesa è chiamata a promuovere in mezzo agli uomini.
Coloro che tacciano di “comunisti” quanti si impegnano e lottano, in nome del Vangelo, per la giustizia e la pace, sono: o devozionalisti, che intendono la fede e la preghiera come evasione dalla realtà, ed evitano accuratamente qualsiasi legame o compromissione con le realtà temporali e umane per timore di sporcarsi le mani con la politica o di scomodare qualche potente; per costoro il cristiano si identifica con il bigotto e il bacchettone. Oppure sono tradizionalisti e ultraconservatori, nostalgici del passato, che vedono la chiesa come un museo di robe vecchie (quelle che erroneamente chiamano “tradizioni”), o una istituzione gerarchica, quasi militare, legata al potere, “società perfetta”, come affermava il catechismo di Pio X° e non “popolo di Dio” come invece afferma il Concilio Ecumenico Vaticano II°: Per costoro il papa è un sovrano, i cardinali sono suoi principi e cortigiani i vescovi suoi ufficiali, i preti sottufficiali e i fedeli laici soldati ai loro ordini.
La chiesa, invece, è comunità di accoglienza e di condivisione, che si mette, come il Samaritano, a servizio dei derelitti e dei rifiutati, che porta con sé le croci e le sofferenze degli uomini.
Se anche il comunismo, che da noi comunque non esiste più, avesse propugnato questi concetti, li ha rubati, come dice il Papa, dal vangelo e dal secolare patrimonio della testimonianza dei cristiani, che forse, negli ultimi secoli, hanno un po abbandonato. La chiesa è profezia, nel senso che denuncia le ingiustizie e i soprusi, e annuncia a tutti con le parole e con i fatti, ma soprattutto ai poveri e agli oppressi la “lieta notizia” (vangelo) della liberazione.

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