Commento al Vangelo della VIIIa Domenica del tempo ordinario anno c

commento di p. Fernando Armellini, scj
Vangelo (Lc 6,39-45)

In quel tempo, 39 Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: “Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’e due in una buca? 40 Il discepolo non è da più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro.
41 Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo? 42 Come puoi dire al tuo fratello: Permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, e tu non vedi la trave che è nel tuo? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.
43 Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. 44 Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo.
45 L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore.

Nel Vangelo delle ultime due domeniche abbiamo ascoltato un messaggio che è in netto contrasto con la logica degli uomini: sono stati proclamati beati coloro che tutti considerano persone infelici (i poveri, gli affamati, quelli che piangono, i perseguitati) e sono state sconfessate le persone di successo (i ricchi, i sazi, quelli che si godono la vita). Non ci potrebbe essere un ribaltamento più radicale.
Non basta. È stato stabilito anche il principio dell’assoluta non‑violenza: il cristiano non può reagire al male col male, ma deve sempre essere disposto ad amare anche i nemici.
Si tratta di affermazioni sconvolgenti. E` inevitabile allora che, anche nella comunità cristiana, alcuni tentino di addolcirle, di renderle meno dure, un po’ più compatibili con la debolezza umana.
Si dice, per esempio: è vero che non si può ricorrere alla violenza, tuttavia, in certi casi… Bisogna perdonare, sì, ma non fino al punto di essere considerati ingenui e sprovveduti. Se si insegna ai figli ad essere generosi ad ogni costo, a non competere, a mettersi dalla parte dei più deboli, li si pone nella condizione di venire sopraffatti dai malvagi e dalla gente senza scrupoli.

Coloro che parlano in questo modo, anche se sono cristiani, si comportano da falsi maestri, magari senza rendersene conto.
Con abili distinzioni e sottili ragionamenti fanno perdere al messaggio di Gesù la sua carica dirompente. A loro è rivolto il Vangelo di oggi, composto da una serie di detti del Signore.
Inizia con un proverbio popolare molto noto: “Un cieco non può guidare un altro cieco” (v.39).
Un giorno i discepoli riferiscono a Gesù che i farisei sono rimasti scandalizzati dalle sue parole. Risponde: “Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi” (Mt 15,14). Tutti i Giudei si consideravano maestri capaci di guidare i ciechi, cioè i pagani (Rm 2,19-20).
Nel brano di oggi i destinatari del drammatico ammonimento del Signore non sono però né i farisei né i Giudei, ma gli stessi discepoli. Anche per loro esiste il pericolo di comportarsi da guide cieche. Nella chiesa dei primi secoli, i battezzati erano detti gli illuminati perché la luce di Cristo aveva loro aperto gli occhi. I cristiani dovrebbero essere coloro che ci vedono bene, che sanno scegliere i giusti valori nella vita, che sono in grado di indicare il retto cammino a chi brancola nell’oscurità. Ma questo non sempre accade e Gesù mette in guardia i suoi discepoli dal pericolo di smarrire la luce del Vangelo. Essi possono precipitare di nuovo nelle tenebre e lasciarsi guidare, come gli altri, dai falsi ragionamenti dettati dal “buon senso” umano. Quando questo accade, davanti a loro si spalanca un baratro mortale nel quale cadono assieme a chi si è fidato di loro.
I falsi maestri cristiani possono commettere anche un altro errore, dettato dalla presunzione: ritenere che tutto ciò che pensano, dicono e fanno sia saggio, giusto e conforme al Vangelo.
Si sentono in diritto di impartire disposizioni in nome di Cristo, con tale sicurezza da dare la netta impressione che si sono sostituiti al Maestro, anzi, che gli siano superiori. Esigono titoli, privilegi, onori, poteri che neppure il Maestro ha mai preteso di avere.
A chi nella comunità si sente investito di una simile autorità, Gesù ricorda un altro proverbio: “Il discepolo non è da più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro” (v.40). Il pericolo contro il quale Gesù mette in guardia è soprattutto quello di identificare le proprie idee, le proprie convinzioni, i propri progetti con il suo pensiero. Si tratta di una presunzione temeraria, sconsiderata. Costoro dimenticano di essere soltanto dei discepoli, si sentono maestri, anzi, si comportano come se fossero superiori al Maestro. Non è finita. Questi falsi maestri si arrogano un diritto ancora più esorbitante, fanno qualcosa che lo stesso Gesù non ha mai voluto fare (Gv 3,17): giudicano, pronunciano sentenze di condanna nei confronti dei fratelli. Per loro viene raccontata la parabola della pagliuzza e della trave (vv.41-42).
È un invito a diffidare dei cristiani che si sentono sempre nel giusto, sempre sicuri di quello che dicono, insegnano, fanno. Essi non si rendono conto di avere davanti agli occhi tronchi enormi che impediscono loro di vedere la luce. Quali? Le passioni, l’invidia, la volontà di dominare sugli altri, l’ignoranza, la paura, le patologie psicologiche dalle quali nessun mortale è completamente esente. Tutte queste sono grosse “travi” che impediscono di cogliere con chiarezza le esigenze della parola di Dio. Bisogna tenerne umilmente conto e comportarsi in modo meno presuntuoso, essere meno intransigenti nell’imporre la propria visione della realtà e meno sicuri quando si giudica l’operato degli altri.
Un esempio ci può aiutare a capire. Per tanti secoli i cristiani hanno sostenuto che ci sono delle guerre giuste e che, in certe situazioni, è persino un dovere prendere in mano le armi. Sono state addirittura fatte guerre in nome del Vangelo. Come è potuto accadere se Gesù ha parlato così chiaramente dell’amore al nemico? La spiegazione c’è: le travi dell’orgoglio, dell’intolleranza, del dogmatismo, del fondamentalismo che i cristiani avevano davanti agli occhi e nemmeno se ne rendevano conto hanno impedito di scorgere le esigenze evangeliche.
Se oggi siamo costretti ad ammettere che in tante occasioni ci siamo dimostrati ciechi, dobbiamo essere molto cauti nel giudicare, nell’imporre le nostre convinzioni, nel condannare chi manifesta opinioni diverse. Può darsi che sia giusto quello che pensiamo, può darsi che sia realmente evangelico, ma Gesù vuole che la proposta cristiana sia fatta con molta umiltà, con estrema discrezione e rispetto e, soprattutto, senza mai giudicare chi non riesce a capirla, chi non se la sente di accettarla. Non va dimenticato che la possibilità di avere una trave davanti agli occhi non è remota!
Concludendo questa prima parte del Vangelo, Gesù chiama ipocriti questi “giudici”, questi “maestri” cristiani sicuri di sé e delle proprie idee. Ipocriti significa “attori”, “gente che fa teatro”. Coloro che giudicano gli altri, sono per Gesù degli attori. Sono anch’essi peccatori, ma “recitano”: si siedono in tribunale come giudici e pronunciano sentenze terribili. Luca è chiaramente preoccupato da ciò che accade nelle sue comunità, divise dalle critiche, dai pettegolezzi, dai giudizi malevoli. Per questo richiama le parole dure del Signore al riguardo.

Come distinguere nella comunità cristiana i buoni dai cattivi maestri? Come sapere di chi ci si può fidare e di chi no? Come riconoscere coloro che sono ciechi o hanno travi davanti agli occhi?
L’ultima parte del Vangelo di oggi (vv.43-45) offre il criterio per giudicare: “L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore”. Noi siamo abituati ad interpretare queste parole di Gesù come un invito a valutare le persone in base alle opere che compiono. Questo è il senso che hanno nel Vangelo di Matteo (Mt 7,15-20); ma nel Vangelo di Luca hanno un significato diverso.

Dal contesto risulta evidente che qui “i frutti” sono il messaggio che i maestri cristiani annunciano. Questo messaggio può essere buono o cattivo.
Come il Siracide – lo abbiamo ascoltato nella prima lettura – anche Gesù invita a valutare i maestri in base alle loro parole: “La bocca infatti parla dalla pienezza del cuore” (v.45). Ciò che essi annunciano va sempre confrontato con il Vangelo. Allora si potrà valutare se ciò che viene proposto è cibo nutriente o è un frutto velenoso.

2 Replies to “Commento al Vangelo della VIIIa Domenica del tempo ordinario anno c”

  1. Guido Donatelli

    Tutto molto bello e vero ma secondo me il commento alla parola della Domenica dovrebbe essere piu’ sintetico e meno dispersivo.

  2. Mary Coppolecchia

    La prima lettura è tratta dal libro del Siracide a me molto caro fin dai tempi della gioventù perché affronta in modo sapienziale molti per non dire tutti i casi della vita, le situazioni affettive, etiche, sociali e personali in cui genitori, figli, uomini e donne ,giovani e anziani si possono Trovare. Il libro che dal Concilio di Trento era inserito nel canone delle sacre scritture con il nome Ecclesiastico, poi gli studiosi della Bibbia del nostro secolo lo hanno rinominato Siracide, forma greca di Ben Sira, cioè l’autore. Egli con i suoi paragoni e similitudini intende ripetere ai Cristiani di oggi consigli di sapienza, prudenza, moderazione, devozione al Dio dei Padri antichi e Dio nostro.
    Il brano del Siracide che viene proclamato questa in questa domenica è scritto con un metodo chiamato Masal , cioè di detti popolari, di cui gli orientali erano maestri e la Bibbia non rimane indietro. Lo stesso uso dei Masal lo troviamo nel libro dei Proverbi e in Qoelet ; in tutti i libri sapienziali il Masal assume ora la forma di un paragone, un comandamento, un divieto, un confronto.
    Ne è l’esempio il brano di oggi. Si fa riferimento a 4 situazioni e tutte sono legate al comportamento dell’uomo: quando un uomo parla appaiono i suoi difetti che sono paragonati ai rifiuti che restano nel setaccio quando si scuote la pula dal grano. Il forno è la prova per la resistenza e la cottura dei vasi e allo stesso modo la capacità di riflettere sulle cose distingue l’uomo giusto dall’empio .Il terzo esempio parla del frutto e dell’albero e qui troviamo un forte riferimento al Vangelo di Luca. Infine una esortazione a non lodare uno sconosciuto prima di aver sentito- più che visto -come si esprime, quali sono i suoi principi e i suoi valori. Mi sforzo di ricercare il Signore in ogni lettura che ci propone la Chiesa , con molta umiltà e abbandono .Queste parole di Ben Sira mi ricordano il discorso di Gesù che dice “ il vostro parlare sia sì sì e no no ; il di più viene dal maligno” .Quante volte Signore siamo rapiti da chi parla con abbondanza di argomenti e ragionamenti su questioni importanti , la vita, la giustizia, il potere, la sovranità…ma così lontane dal tuo esempio e dal tuo insegnamento.

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