E’ Domenica (10-01-2021) – Festa del Battesimo del Signore

COMMENTO ALLA PRIMA LETTURA E AL VANGELO

Con la festa del Battesimo del Signore, si conclude il tempo di Natale.
Durante questa occasione, la liturgia ci fa ascoltare come prima lettura un brano tratto dal libro del profeta Isaia, che in breve sintetizza i fondamenti del nostro essere cristiani. È in esso contenuto, infatti, l’invito che Dio ci fa ad andare verso di Lui, dove troveremo la vera salvezza e ciò che è davvero importante nella nostra esistenza. Anziché spendere le nostre energie nella frenetica vita quotidiana, il Signore ci invita a partecipare al suo banchetto, alla mensa eucaristica, per ascoltare la sua Parola e riscoprire le nostre priorità. Il brano di Isaia ci presenta anche Dio come Padre misericordioso, “che largamente perdona”, e che stabilisce un’alleanza con il suo popolo. Al termine della lettura, il Signore, per bocca di Isaia, ci fa capire l’efficacia della sua Parola, che opera e trasforma chi la accoglie nel proprio cuore.
L’azione che svolge in noi la Parola di Dio ci fa capire anche il motivo per cui la liturgia ci offre questa lettura proprio nel giorno del Battesimo del Signore. Gesù, la Parola che si è fatta carne, si fa battezzare da Giovanni, si fa umile e, senza alcuna superbia, porta agli uomini la salvezza, facendoli uscire dalle tenebre del peccato. Dio si compiace di questo, come ascoltiamo nel brano del Vangelo secondo Marco.
Anche noi cristiani siamo stati battezzati e siamo chiamati a vivere coerentemente la nostra fede, partecipando con gioia al banchetto a cui ci invita. Si tratta di compiere una conversione, una rinascita ad una vita nuova, un cambio di prospettiva che ci faccia capire che siamo amati dal Signore di un amore senza limiti. Può apparirci strano, nella nostra logica umana, che Dio ci inviti al suo banchetto “senza denaro, senza pagare”, senza volere alcuna ricompensa. Ma ricordiamoci che le sue vie non sono le nostre vie, i suoi sentieri non sono i nostri sentieri.

FESTA DEL BATTESIMO DEL SIGNORE – clicca sopra per leggere la parola di Dio

Anche se  al termine del tempo di Natale, questa settimana, vi proponiamo per la riflessione e la preghiera, l’omelia del Santo Padre Francesco per la Messa della Notte di Natale. 

Omelia di Papa Francesco
nella notte di Natale 24-12-2020

In questa notte si compie la grande profezia di Isaia: «Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio» (Is 9,5).
Ci è stato dato un figlio. Si sente spesso dire che la gioia più grande della vita è la nascita di un bambino. È qualcosa di straordinario, che cambia tutto, mette in moto energie impensate e fa superare fatiche, disagi e veglie insonni, perché porta una grande felicità, di fronte alla quale niente sembra che pesi. Così è il Natale: la nascita di Gesù è la novità che ci permette ogni anno di rinascere dentro, di trovare in Lui la forza per affrontare ogni prova. Sì, perché la sua nascita è per noi: per me, per te, per tutti noi, per ciascuno. Per è la parola che ritorna in questa notte santa: «Un bambino è nato per noi», ha profetato Isaia; «Oggi è nato per noi il Salvatore», abbiamo ripetuto al Salmo; Gesù «ha dato se stesso per noi» (Tt 2,14), ha proclamato San Paolo; e l’angelo nel Vangelo ha annunciato: «Oggi è nato per voi un Salvatore» (Lc 2,11). Per me, per voi.
Ma che cosa vuole dirci questo per noi? Che il Figlio di Dio, il benedetto per natura, viene a farci figli benedetti per grazia. Sì, Dio viene al mondo come figlio per renderci figli di Dio. Che dono stupendo! Oggi Dio ci meraviglia e dice a ciascuno di noi: “Tu sei una meraviglia”. Sorella, fratello, non perderti d’animo. Hai la tentazione di sentirti sbagliato? Dio ti dice: “No, sei mio figlio!” Hai la sensazione di non farcela, il timore di essere inadeguato, la paura di non uscire dal tunnel della prova? Dio ti dice: “Coraggio, sono con te”. Non te lo dice a parole, ma facendosi figlio come te e per te, per ricordarti il punto di partenza di ogni tua rinascita: riconoscerti figlio di Dio, figlia di Dio. Questo è il punto di partenza di qualsiasi rinascita. È questo il cuore indistruttibile della nostra speranza, il nucleo incandescente che sorregge l’esistenza: al di sotto delle nostre qualità e dei nostri difetti, più forte delle ferite e dei fallimenti del passato, delle paure e dell’inquietudine per il futuro, c’è questa verità: siamo figli amati. E l’amore di Dio per noi non dipende e non dipenderà mai da noi: è amore gratuito. Questa notte non trova spiegazione in altra parte: soltanto, la grazia. Tutto è grazia. Il dono è gratuito, senza merito di ognuno di noi, pura grazia. Stanotte, ci ha detto san Paolo, «è apparsa infatti la grazia di Dio» (Tt 2,11). Niente è più prezioso.
Ci è stato dato un figlio. Il Padre non ci ha dato qualcosa, ma il suo stesso Figlio unigenito, che è tutta la sua gioia. Eppure, se guardiamo all’ingratitudine dell’uomo verso Dio e all’ingiustizia verso tanti nostri fratelli, viene un dubbio: il Signore ha fatto bene a donarci così tanto, fa bene a nutrire ancora fiducia in noi? Non ci sopravvaluta? Sì, ci sopravvaluta, e lo fa perché ci ama da morire. Non riesce a non amarci. È fatto così, è tanto diverso da noi. Ci vuole bene sempre, più bene di quanto noi riusciamo ad averne per noi stessi. È il suo segreto per entrare nel nostro cuore. Dio sa che l’unico modo per salvarci, per risanarci dentro, è amarci: non c’è un altro modo. Sa che noi miglioriamo solo accogliendo il suo amore instancabile, che non cambia, ma ci cambia. Solo l’amore di Gesù trasforma la vita, guarisce le ferite più profonde, libera dai circoli viziosi dell’insoddisfazione, della rabbia e della lamentela.
Ci è stato dato un figlio. Nella povera mangiatoia di una buia stalla c’è proprio il Figlio di Dio. Sorge un’altra domanda: perché è venuto alla luce nella notte, senza un alloggio degno, nella povertà e nel rifiuto, quando meritava di nascere come il più grande re nel più bello dei palazzi? Perché? Per farci capire fino a dove ama la nostra condizione umana: fino a toccare con il suo amore concreto la nostra peggiore miseria. Il Figlio di Dio è nato scartato per dirci che ogni scartato è figlio di Dio. È venuto al mondo come viene al mondo un bimbo, debole e fragile, perché noi possiamo accogliere con tenerezza le nostre fragilità. E scoprire una cosa importante: come a Betlemme, così anche con noi Dio ama fare grandi cose attraverso le nostre povertà. Ha messo tutta la nostra salvezza nella mangiatoia di una stalla e non teme le nostre povertà: lasciamo che la sua misericordia trasformi le nostre miserie!
Ecco che cosa vuol dire che un figlio è nato per noi. Ma c’è ancora un per, che l’angelo dice ai pastori: «Questo per voi il segno: un bambino adagiato in una mangiatoia» (Lc 2,12). Questo segno, il Bambino nella mangiatoia, è anche per noi, per orientarci nella vita. A Betlemme, che significa “Casa del pane”, Dio sta in una mangiatoia, come a ricordarci che per vivere abbiamo bisogno di Lui come del pane da mangiare. Abbiamo bisogno di lasciarci attraversare dal suo amore gratuito, instancabile, concreto. Quante volte invece, affamati di divertimento, successo e mondanità, alimentiamo la vita con cibi che non sfamano e lasciano il vuoto dentro! Il Signore, per bocca del profeta Isaia, si lamentava che, mentre il bue e l’asino conoscono la loro mangiatoia, noi, suo popolo, non conosciamo Lui, fonte della nostra vita (cfr Is 1,2-3). È vero: insaziabili di avere, ci buttiamo in tante mangiatoie di vanità, scordando la mangiatoia di Betlemme. Quella mangiatoia, povera di tutto e ricca di amore, insegna che il nutrimento della vita è lasciarci amare da Dio e amare gli altri. Gesù ci dà l’esempio: Lui, il Verbo di Dio, è infante; non parla, ma offre la vita. Noi invece parliamo molto, ma siamo spesso analfabeti di bontà.
Ci è stato dato un figlio. Chi ha un bimbo piccolo, sa quanto amore e quanta pazienza ci vogliono. Occorre nutrirlo, accudirlo, pulirlo, prendersi cura della sua fragilità e dei suoi bisogni, spesso difficili da comprendere. Un figlio fa sentire amati, ma insegna anche ad amare. Dio è nato bambino per spingerci ad avere cura degli altri. Il suo tenero pianto ci fa capire quanto sono inutili tanti nostri capricci; e ne abbiamo tanti! Il suo amore disarmato e disarmante ci ricorda che il tempo che abbiamo non serve a piangerci addosso, ma a consolare le lacrime di chi soffre. Dio prende dimora vicino a noi, povero e bisognoso, per dirci che servendo i poveri ameremo Lui. Da stanotte, come scrisse una poetessa, «la residenza di Dio è accanto alla mia. L’arredo è l’amore» (E. Dickinson, Poems, XVII).
Ci è stato dato un figlio. Sei Tu, Gesù, il Figlio che mi rende figlio. Tu mi ami come sono, non come mi sogno di essere; io lo so! Abbracciando Te, Bambino della mangiatoia, riabbraccio la mia vita. Accogliendo Te, Pane di vita, anch’io voglio donare la mia vita. Tu che mi salvi, insegnami a servire. Tu che non mi lasci solo, aiutami a consolare i tuoi fratelli, perché Tu sai da stanotte sono tutti miei fratelli.

One Reply to “E’ Domenica (10-01-2021) – Festa del Battesimo del Signore”

  1. Riccardo

    Le letture di questa domenica hanno un richiamo costante a un aspetto particolare della Fede, cioè che quest’ultima non è e non può essere una cosa che una volta acquisita rimane fissa e costante, come il cognome o il codice fiscale.
    La Fede é invece un’entità DINAMICA che, come dice Isaia, presuppone una ricerca attiva da parte del credente , in altri termini, é un processo di crescita, cambiamento, discussione con se stessi e con il mondo.
    Un processo che talvolta può metterci in crisi, ma é dai momenti di difficoltà che si può innescare un processo di sviluppo critico che porta ad una consapevolezza migliore del nostro rapporto con Dio e con i fratelli, con la società.

    Spetta quindi a noi mantenere la Fede viva e attiva, adattando il nostro agire ai cambiamenti storici e socio-politici del mondo che ci circonda perché la società umana é per sua stessa natura un ambiente di continuo cambiamento, il che presuppone uno sforzo costante da parte di tutti noi per recepire fenomeni e realtà che ci si presentano per la prima volta davanti agli occhi.

    E’ un aspetto importante che ribadisce anche Giovanni quando riconosce che nella novità di Cristo il suo compito é esaurito e che lui stesso non é più nemmeno degno di toccare i sandali di Gesù, tale é la grandezza del Figlio di Dio : il cambiamento che Giovanni sapeva dover arrivare é finalmente giunto. Ora non si battezzera più solo con l’acqua ma con lo Spirito Santo e nel nome di Dio.

    E’ un momento di passaggio, di evoluzione di trasformazione che secondo me non può non far pensare al significato della Pasqua, vista non come il passaggio dell’umanità dal peccato all’assoluzione con la morte del Salvatore, ma intesa nell’accezione ebraica di “passaggio” di stato.

    Il popolo di Mosè passa dalla condizione di schiavitù a quella di libertà, mentre nel nostro caso il passaggio al mesaggio cristiano ci libera dal peccato, grazie ad una ponderata scelta individuale frutto della libertà :anche se potrebbe sembrare un paradosso contraddittorio – il Signore ci concede la libertà affinchè in essa si possa responsabilmente scegliere amarlo in libertà.

    E questo senso di “passaggio”, di itinere continuo caratterizzerà anche la vita di Gesù : da Divino passerà a essere uomo nascendo povero a Betlemme, da uomo predichera e illuminerà il modo e poi ritornerà allo stato Divino mediante la morte corporale, come ogni uomo, con la quale ci salverà.

    Quindi la Fede non può essere un qualcosa di statico bensì un percorso di vita spirituale e sociale che si evolve e può e deve cambiare in base al contesto intorno a noi, come Papa Francesco non si stanca mai di ripetere. Un percorso che, e qui scandalizzerò qualcuno, deve vedere il cristiano più simile a un apostolo laico “on the road” che non a certi personaggi clerico-conservatori di guareschiana memoria.

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