E’ domenica (17-05-2020) VI domenica di Pasqua

Riflessioni del Vangelo Varie

ESSERE TESTIMONI DI CRISTO

L’annuncio di Cristo deve passare dapprima attraverso un amore incondizionato nei suoi confronti, che si manifesta per mezzo della custodia dei suoi comandamenti, per poi ricevere il “Paraclito”, lo Spirito Santo, che permetterà loro di essere realmente testimoni.
La prima lettura narra la nascita della Chiesa in Samaria, che procede dall’annuncio di Cristo e dalla discesa dello Spirito. Emerge un rapporto di collaborazione e fiducia tra la chiesa madre di Gerusalemme e la nascente comunità in Samaria: la parola del Vangelo e lo Spirito Santo superano le barriere culturali e le separazioni etniche.
Dall’evento pasquale sgorga la speranza, da vivere come una responsabilità, poiché della prima i cristiani devono essere sempre pronti a rispondere a chiunque ne chieda loro ragione.
Questo tema emerge dalla seconda lettura: in ogni ambito e momento della vita, tutti devono dare ragione di Colui che dà loro speranza. La responsabilità si manifesta attraverso la testimonianza da dare al mondo, testimonianza che diviene racconto, una narrazione di speranza.
Il vangelo offre le condizioni per mezzo delle quali sarà davvero possibile essere investiti di quella Grazia: è soltanto amando Gesù e osservando i suoi comandamenti che ogni uomo potrà beneficiare della sua intercessione e dell’invio del “Paraclito”, il quale ha il compito di proteggere i fedeli. Amare Gesù significa amare il Padre, per cui questo amore umano verrà corrisposto da Gesù e dallo stesso Padre, il quale non permetterà mai a nessun uomo, se questi vorrà, di rimanere orfano.

VI DOMENICA DI PASQUA- Vangelo

Nella VI domenica del tempo di Pasqua, che precede la solennità dell’Ascensione, il brano del Vangelo secondo Giovanni ci propone uno degli ultimi discorsi della vita terrena di Gesù, prima del suo sacrificio per la nostra salvezza. Il termine della vita terrena di Gesù, tuttavia, non coincide con un suo abbandono. Anzi, egli rassicura i discepoli, dicendo loro che non saranno mai soli. L’amore per il Padre e l’ascolto della Parola mettono in stretto contatto l’uomo con Dio, cosicché Egli prenda dimora in chi è disposto a mettere in pratica i suoi insegnamenti. I discepoli, dunque, e come loro noi cristiani, non sono certamente orfani, poiché il Padre è sempre presente e si prende cura di loro. Non solo: Gesù promette ai discepoli la venuta dello Spirito Santo, un Paraclito, cioè un consolatore. Esso ci dà la forza di seguire la legge dell’amore e ci rende testimoni credibili di Cristo. Lasciando operare in noi lo Spirito che Dio ci dona, possiamo essere suoi veri discepoli.
Non c’è motivo, dunque, di temere che il Signore sia lontano da noi, perché Egli è sempre presente. Siamo noi, piuttosto, che non ci lasciamo conquistare dalla sua Parola e che, quindi, non riusciamo a percepire il fatto che Dio possa abitare dentro ciascuno di noi, se lo vogliamo. Gesù, nel brano odierno del Vangelo, usa il verbo accogliere in riferimento ai comandamenti, per indicarci come la Parola debba essere interiorizzata e fatta nostra. Infatti, coloro che accolgono e osservano i comandamenti – prosegue Gesù – sono quelli che lo amano e che, tramite l’amore per Dio, si fanno portatori di amore anche ai fratelli. Lasciamo, quindi, che la pace che Gesù ci ha lasciato ci pervada e ci plasmi, rendendoci saldi nella fede e capaci di trasformare in opere concrete gli insegnamenti del Vangelo.

VI DOMENICA DI PASQUA. clicca sopra per vedere

CELEBRARE IN ASSEMBLEA

In questi giorni riprenderemo a celebrare l’Eucarestia nelle nostre chiese con la partecipazione del popolo, sia pure con molte restrizioni e cautele. Non può essere un semplice ritorno al tempo prima della pandemia, ma un’occasione di ripensare il senso del celebrare e dell’essere Chiesa.
Bisogna riconoscere, infatti, che a qualcuno, tra i pastori e i fedeli, non è dispiaciuta una Chiesa dalle porte chiuse. Bisognerà rispolverare e rilanciare i grandi discorsi che la Chiesa ha avuto la forza di fare solennemente e apertamente sessant’anni fa con il Concilio Vaticano Secondo e che oggi sembra un po’ confusa quando deve ripeterli in maniera credibile.
C’è però chi lo sa fare. E si trova proprio in quel vertice della piramide che è rovesciata. Proprio per questa condizione rovesciata, ben prima della pandemia di oggi, che desertifica il mondo, anche quando usciva in piazza S. Pietro aperta, in mezzo alla folla festante, Francesco era già apparso tremendamente solo, per il fatto di vivere a porte aperte in una chiesa che, già allora, le preferiva chiuse.
E’ quella stessa Chiesa che è sembrata rivitalizzarsi in questi mesi, celebrando senza il popolo, pensando di poterlo sostituire con un timbro o un decreto.
Le porte aperte, sia pure a ingresso limitato, aprono un doppio compito: quello di chi in chiesa può stare, di starci diversamente da come ci stava prima. Quello di chi in chiesa non ci può stare, di saper essere Chiesa altrove e diversamente.
L’Ordinamento Generale del Messale Romano (O.G.M.R.) non usa mai il termine “messa senza popolo”. Esso prevede diverse forme di celebrazione eucaristica: “messa con il popolo”, “messa concelebrata”, “messa cui partecipa un solo ministro”.
Secondo il Messale, perciò, non si può celebrare “privatamente”, neppure il papa. La messa è sempre un fenomeno plurale. Essa non è compiuta da un singolo, ma da una comunità.
L’O.G.M.R. al n. 21 dichiara: “La celebrazione eucaristica è azione di Cristo e della Chiesa, lo manifesta e lo implica; i suoi singoli membri poi vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, dei compiti e dell’attiva partecipazione. In questo modo il popolo cristiano, ‘stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato’, manifesta il proprio coerente e gerarchico ordine. Tutti, perciò, sia ministri ordinati sia fedeli laici, esercitando il loro ministero o ufficio compiano solo e tutto ciò che è di loro competenza”.
Nella celebrazione dell’Eucarestia ognuno è soggetto. L’autorità di presidenza del vescovo o del prete è servizio a Dio e al popolo. Tale servizio non può essere scisso, cioè, non si può servire il popolo senza servire Dio, né si può servire Dio senza servire il popolo. Il vescovo e il prete presiedono sempre un’assemblea che celebra.

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