E’ domenica (27-09-2020) – XXVI domenica del tempo ordinario anno a

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LA GIUSTIZIA DI DIO CHIEDE OPERE DI CONVERSIONE

Al tempo del profeta Ezechiele serpeggiava tra gli israeliti una convinzione sbagliata: Dio non è giusto, lascia infatti impunito il colpevole e punisce l’innocente: il profeta nella prima lettura risponde che le cose non stanno affatto così. La giustizia di Dio è sì, alle volte, misteriosa, ma è giusta. E’ una giustizia che lascia spazio al ravvedimento: “Se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso”.
La comunità cristiana deve essere animata dalla stessa giustizia che Gesù ha manifestato nella sua vita: non la retta giustizia del tanto/quanto, ma la giustizia del dono e della gratuità. Per questo Paolo, nella seconda lettura, partendo dall’esempio di Gesù, raccomanda: “Non fate nulla per rivalità o vanagloria… Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri”.
La parabola dei due figli, nel vangelo, mette in luce il contrasto tra il dire e il fare. Il criterio discriminante per appartenere al nuovo popolo di Dio non sono le parole, ma le opere. Solo chi compie il volere del Padre è introdotto nel regno. Non con le parole, ma con le opere si testimonia realmente la propria accettazione del messaggio evangelico.

XXVI DOMENICA DEL T. ORDINARIO 
COMMENTO AL VANGELO

Nel brano del Vangelo secondo Matteo, che leggiamo in questa XXVI domenica del tempo ordinario, Gesù narra un’altra parabola. Essa è rivolta ai capi dei sacerdoti e agli anziani, ossia a quella parte della popolazione che si riteneva un modello morale e comportamentale per gli altri, ma di cui Gesù mette in luce l’ipocrisia.
Nel racconto, vi sono, infatti, due figli, a cui il padre dice di andare a lavorare nella vigna. Il primo risponde di non averne voglia, ma poi si pente e va. Il secondo, al contrario, risponde prontamente di sì al padre, ma poi non va a lavorare nella vigna. Interrogati su quale dei due figli abbia fatto la volontà del padre, gli ascoltatori rispondono il primo. Un’altra domanda ci può essere, invece, rivolta: noi, in quale dei due figli ci ritroviamo?
Con questa breve parabola, infatti, Gesù vuol far capire come agli occhi di Dio sia maggiormente apprezzata la sincera conversione di un peccatore rispetto alla falsa buona condotta di chi, soltanto a parole, si professa cristiano. È per questo che Gesù dice agli anziani e ai capi dei sacerdoti che i pubblicani e le prostitute passano loro avanti nel regno dei Cieli. Come il secondo figlio, l’élite del popolo ebraico ha detto a Dio un “sì” superficiale e non veritiero, basato solo sull’adempimento di precetti formali ma privo di una reale apertura del cuore al Signore.
Dio non toglie a nessuno la possibilità di cambiare, di migliorarsi, di convertirsi. Le etichette e i giudizi affrettati (i pre-giudizi), che sono spesso dati con troppa facilità, non possono addursi, quindi, ad un cristiano. Allo stesso modo in cui Dio vede in ogni uomo il potenziale per diventare, sull’esempio di Gesù, persone migliori e più mature nella fede, anche noi dobbiamo dare questa possibilità ai fratelli. In ognuno possono, infatti, essere presenti risorse, apparentemente nascoste, da mettere a frutto.

UNA CHIESA TUTTA MINISTERIALE

L’esortazione apostolica Evangelii Gaudium propone alla Chiesa contemporanea una “riforma” che porta avanti, sulla via indicata dal Concilio Vaticano II e dal magistero del Papa S. Paolo VI, una conversione missionaria e pastorale, che non sia solo revisione di strutture ma comprensione profetica di una comunità sostanzialmente“ministeriale”.
Il Vaticano II è stato il primo concilio della Chiesa universale a trattare, con un documento proprio, la presenza e il servizio profetico regale e sacerdotale dei laici in prospettiva pastorale e ministeriale, aprendo la via per una nuova comprensione della ministerialità e dei servizi ecclesiali.
Dal concilio ad oggi sono fioriti servizi e ministeri, catechisti, educatori di giovani,, ragazzi e gruppi ecclesiali: il popolo di Dio è ritornato protagonista in tutti i suoi membri dell’avventura del Regno di Dio di cui la comunità cristiana è testimone e profezia.
Papa San Paolo VI con l’Esortazione Apostolica “Ministeria quaedam” ha restituito al laicato i ministeri istituiti del Lettorato e dell’Accolitato, che, se pur inseriti nel cammino verso l’Ordine sacro, sono indicati per la costruzione di una Chiesa tutta ministeriale.
Il pericolo è sempre nascosto in quel velato clericalismo, che mortifica i carismi affidati dallo Spirito a uomini e donne a partire dal loro battesimo e dei quali la cresima abilita l’esercizio.
Seguire un gruppo biblico, partecipare alla costruzione di una comunità, servire l’ascolto della Parola o dell’Altare sono doni che Dio fa alle comunità cristiane con il dovere dei pastori di stimarli e promuoverli.
Non da ultimo fra i servizi che sorgono nella Chiesa di oggi, ci sono uomini e donne che guidano le comunità cristiane prive di presbitero, che corrono il rischio pastorale di smarrire il senso della domenica e con esso il cuore della fede: celebrare la risurrezione del Signore!
La Chiesa del futuro giocherà la sua sfida di evangelizzazione se saprà fare tesoro di uomini e di donne a cui lo Spirito fa dono di carismi, servizi e ministeri.

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