E’ Domenica (3-05-2020) IV domenica di Pasqua

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IO SONO LA PORTA DELLA SALVEZZA

La liturgia contempla il Risorto come il pastore, come colui che indica al gregge la via da percorrere, strada che presenta un tracciato fatto di passi da svolgere, come le tre letture mostrano.
Nella prima lettura è sottolineato l’aspetto della conversione, la quale prende avvia dalla consapevolezza di aver commesso ciò che è male agli occhi di Dio. L’uomo deve salvaguardarsi dalla generazione malvagia che lo circonda, ricevendo il dono dello Spirito Santo attraverso il Battesimo.
La seconda lettura dice a cosa si è chiamati affinché tale dono abbia davvero efficacia: sopportare con pazienza le sofferenze, come ha fatto il Cristo, modello per ogni uomo. Solo così sarà possibile essere veri e degni testimoni, graditi a Dio e capaci di vivere secondo giustizia, perché salvati dalle piaghe del Maestro: d’ora in avanti ogni anima avrà il suo pastore e custode.
Il vangelo afferma che tutto ciò sarà davvero attuabile soltanto se verrà riconosciuto in modo definitivo Gesù come la porta attraverso la quale ci verrà incontro la salvezza. Questo significa che una volta avvenuta la conversione, divenuto testimone degno di fede del Risorto, allora potrà compiere qualsiasi opera in nome e per conto del Cristo, ma solo passando attraverso la stessa persona, punto di riferimento e modello.

IV DOMENICA DI PASQUA

Il brano del Vangelo di oggi, IV Domenica del tempo di Pasqua, ci presenta Gesù come buon Pastore e come porta attraverso cui raggiungere la salvezza.
Il Pastore è colui che si prende cura delle sue pecore ed esse lo seguono perché conoscono la sua voce, si affidano a lui con fede. Non si tratta di un’obbedienza passiva, ma è frutto di un discernimento operato con l’aiuto dello Spirito Santo. Continuando la similitudine delle pecore, Gesù infatti afferma che esse sono in grado di distinguere il pastore da un estraneo. Il Pastore ha premura per le sue pecore e le chiama ciascuna per nome: Gesù conosce ognuno di noi nella nostra individualità e sa come ciascuno può mettere i propri carismi a servizio degli altri.
L’immagine della porta, in seguito, ci è presentata molto chiaramente. “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato”: sono queste le parole di Gesù. Attraversare quella porta, però, richiede un impegno convinto, poiché si tratta di intraprendere un cammino sincero alla sequela di Cristo. La parola “sequela” comprende in sé tutti gli aspetti della vita cristiana: da una partecipazione vissuta e consapevole della Messa, all’ascolto e alla meditazione della Parola, passando per tutti quelle situazioni quotidiane in cui si può esplicare la nostra fede. Ogni giorno, infatti, possiamo scegliere se varcare o meno la soglia della porta che Gesù ci apre. Il percorso può essere talvolta tortuoso: Gesù in un altro passo del Vangelo parla di una “porta stretta” attraverso cui passare, per sottolineare come la vita del cristiano non sempre sia tranquilla. Ma questo non deve scoraggiarci, né tanto meno rattristarci. Il varcare la Porta conduce alla gioia e alla vita, come Gesù dice ai discepoli al termine del brano. Attraversiamo, dunque, questa porta con la convinzione di quelle pecore del racconto di Gesù che sanno riconoscere il vero Pastore, certi che ci condurrà alla salvezza.

IV Domenica di Pasqua-clicca sopra per vedere la parola di Dio

IL PASTORE E L’ESTRANEO

Nella parabola del pastore Gesù precisa che nel recinto si entra dalla porta e non bisogna “salire”, cioè scavalcare il muro come i ladri e i briganti. Dalla porta entra il pastore delle pecore, colui che non ha alcuna necessità di inventare vie diverse per giungere alla sua meta, per arrivare nel luogo dove ci sarà qualcuno ad accoglierlo. Solo chi entra nell’ovile attraverso la porta può essere considerato il pastore, chi ci prova in altra maniera è un ladro e brigante. Ad accogliere il pastore ci sarà il “portiere”, il quale gli apre sempre la porta, avendo una grande certezza: le pecore ascoltano la sua voce, perché lui chiama ognuna di esse con il proprio nome e le conduce fuori. Gesù descrive il rapporto tra il pastore e le sue pecore come una relazione intima, filiale, che offre alle pecore la tranquillità della protezione, ma soprattutto della considerazione, dimensione che oggi sembra mancare. Come essere degni di fiducia, se non si conoscono i nomi delle persone con cui abbiamo a che fare tutti i giorni? Come posso “tenerci” a loro se non so nemmeno il nome? Quale considerazione potremmo pretendere a queste condizioni? Le pecore ascoltano la voce del pastore, perché egli le conosce una per una, perché le considera tutte allo stesso modo. Si tratta di un gregge che vuole sentirsi amato e condotto, tutto quello che oggi manca: senza “il pastore” si ascoltano tutte le voci possibili, non preoccupandosi del fatto che chi parla non conosce e non ha interesse di conoscere chi ascolta. E il dramma è che ormai questo è reputato normale: “il mondo funziona così e ci si deve adeguare” è la solita tragica risposta, che va contro le parole di Paolo (cfr Rom 12,2) e dello stesso Gesù (cfr Gv 15, 18-21; Mc 8,33).
La verità è un’altra: quando c’è il pastore, allora questi può spingerle fuori e procede davanti a loro, certo che esse lo seguono, perché le pecore hanno esperienza di chi sia il pastore, della sua voce, che continua a chiamarle, che non le lascia mai sole, che le fa sentire importanti. La metafora rispecchia la realtà: ogni pastore ha un rapporto con il suo gregge tale che questo diventa la sua famiglia e, come avviene in qualsiasi famiglia, i pastori conoscono tutte le loro pecore. Questa parabola rasserena i cuori di tutti i credenti: sapersi amati e custoditi come fa il pastore con le proprie pecore, rende la propria esistenza pacifica e fiduciosa.
Gesù continua l’allegoria esponendo ciò che accade invece con lo l’estraneo, con lo sconosciuto, colui, cioè, che non entra dalla porta. Vuole così offrire un monito a coloro che ascoltano e leggono, i quali devono porre molta attenzione su questo paragone: come le pecore, anche costoro devono non seguire chi non conoscono. L’estraneo non va seguito, anzi è necessario fuggire lontano da lui, perché la sua voce non è conosciuta: quale esperienza avere con chi entra nell’ovile non dalla porta, ma in maniera furtiva? Quale calore potrebbe offrire alle pecore? Quale rapporto potrebbe instaurare con il gregge? La parabola inizia con la figura del ladro e del brigante, che cerca di entrare nell’ovile da un’altra parte, scavalcando il muro, e si conclude con l’estraneo che non va seguito, anzi dal quale bisogna fuggire. Al centro c’è invece la figura di colui che va seguito e ascoltato. Gesù sottolinea come il rischio di fare la scelta sbagliata sia davvero concreto.

1 thought on “E’ Domenica (3-05-2020) IV domenica di Pasqua

  1. L’appello di Primetta a pregare perchè cessi il clima di ostilità verso il Papa, apparso sul gruppo WhatsApp circa 10 giorni fa, deve farci riflettere tutti.
    Che l’azione di Francesco incontri ostacoli, diffidenza e palese ostilità in vari ambienti é innegabile.

    Recentemente un programma televisivo ha dato evidenza delle teorie di un gruppo di cattolici (?) ultraconservatori statunitensi, secondo il quale il Covid 19 é la punizione di Dio per il “tradimento” del messaggio cristiano attuato dal Pontefice.

    Purtroppo é secondo me innegabile che certi ambienti retrivi vorrebbero il ritorno della Chiesa ad un anacronistico immobilismo conservatore, che isoli la chiesa dal mutare dei tempi e del mondo e che si coniughi con un tipo di potere socio/economico refrattario ad ogni richiesta di maggiore equitàe giustizia. Ambienti che purtroppo si fanno sentire in molti paesi europei, Italia compresa, rappresentati da movimenti politici che incentrano la propria azione sempre “contro” qualcuno/qualcosa e mai “per” tutta la comunità, ambienti che concepiscono il cristianesimo come un ingranaggio della macchina di potere, che deve marciare a senso unico.

    E’ chiaro che Papa Francesco é un ostacolo grande, forte e – spero – insormontabile. Il Pontefice attuale, provenendo dall’America Latina, continente che ha dolorosamente sofferto (e soffre tuttora) le piaghe dello sfruttamento economico, del depredamento delle risorse naturali e relativo scempio ambientale nel nome degli interessi economici di un liberismo sfrenato e disumano, sa bene cosa tutto ciò significa.

    Fin dall’inizio ha parlato a favore e nel nome degli ultimi del mondo, ha ricordato che il giusto riconoscimento e remunerazione del lavoro é già prescritto dalle Sacre Scritture, ha ricordato che la dignità a cui ogni uomo a diritto si coniuga con giustizia, libertà e democrazia. Ha parlato della responsabilità etica di ogni politico e dell’obbligo altrettanto etico di rispettare l’ambiente e cercare senza arrendersi di riuscire ad arrivare ad una crescita sostenibile.

    Sembra quasi che il suo pontificato sia idealmente la continuazione di quell’enorme cambiamento nella Chiesa che inizio con Giovanni XXIII e trovò il suo momento più alto nella coraggiosa enciclica “Populorum Progressio” di Paolo VI che lucidamente previde già più di 50 anni fa che se non avessimo rivisto i modelli di sviluppo saremmo andati incontro alla situazione di ora, enciclica che allora non si ascoltò o non si volle ascoltare.

    Per cui giusto pregare per lui ma, allo stesso tempo, cercare ognuno di noi – nel suo piccolo e nei limiti delle proprie possibilità – di fare la nostra parte, anche con piccoli gesti, per aiutare questo cambio di rotta ; forse é una forma di preghiera che anche Papa Bergoglio si aspetta dalla comunità dei fedeli.

    FORZA FRANCESCO ! ! ! ! !

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