Vangelo della domenica (6-07-2014)

XIV DOM.DEL TEMPO ORDINARIO
                 AMORE PER GLI ULTIMI

Le letture di oggi ci presentano molti paradossi. Il re messianico, il cui “dominio sarà da mare a mare” (1a lettura), è mite e indifeso, cavalca un asinello e non un focoso cavallo da guerra. La sua “epifania” (manifestazione) non è quella sfolgorante e trionfante del re guerriero e vittorioso, che trascina dietro a sé colonne di prigionieri, come prede di guerra. Egli è re di pace che spezza i simboli e gli strumenti di guerra. La sua persona e il suo programma richiamano la figura del servo di Dio descritto dal profeta Isaia, che si presenta come modello dei “poveri di Dio”. E’ il paradosso di un re umile eppure dominatore del mondo. Richiama Gesù che nel giorno delle palme entra in Gerusalemme come un re pacifico cavalcando un mite puledro.
Paradossali sono anche le affermazioni del vangelo. Sembra di sentire l’eco del discorso della montagna. Là il genere letterario era quello delle beatitudini, qui è quello della benedizione e del ringraziamento al Padre. Là i poveri, gli umili e i perseguitati sono chiamati beati perché di loro è il regno dei cieli; qui sono ancora gli umili, gli ignoranti e gli oppressi ai quali Dio rivela i segreti del suo regno.
In realtà Dio si rivela a tutti, ma i sapienti rendono spesso inefficace e vana la rivelazione di Dio. Gli intelligenti e i dotti sono, qui, i maestri religiosi: gli scribi e i farisei, conoscitori della legge e abili manipolatori delle tradizioni. Possedendo la conoscenza della legge, essi diventano oppressori e caricano le spalle dei poveri e degli ignoranti “di pesi insopportabili, “che voi non toccate nemmeno con un dito!”
Gesù invece chiama a sé coloro che sono stanchi e oppressi, e il giogo che egli impone è dolce e leggero. Il suo giogo però non è leggero perché egli sia meno esigente, quasi che se la sua fosse una morale permissiva, ma perché è lui a rendere leggero il peso con la sua solidarietà e concreta partecipazione. Lui è il primo dei poveri, dei semplici, dei miti. Lui si carica per primo la croce sulle spalle: è la sua vicinanza che rende sopportabile e leggera la croce di chi lo segue.
La legge del regno di Dio è la legge del più piccolo, del più povero: Dio sceglie gli umili, i semplici, gli ignoranti. E’ la legge del granello di senapa, degli inizi umili e nascosti. Lo fa notare Paolo ai Corinzi, malati di megalomania, desiderosi di doni e carismi vistosi, grandi estimatori della sapienza del mondo.
Essere poveri e oppressi non vuol dire essere automaticamente figli del regno. Certamente Gesù ha voluto dire che la ricchezza, la sapienza, la grandezza possono costituire gravi ostacoli al regno di Dio, nel senso che danno sicurezza, fiducia nelle proprie forze, autonomia, cioè quegli atteggiamenti di autosufficienza che egli ha sempre condannato nei “grandi del suo tempo e che sono stati alla base del loro rifiuto del Regno. La capacità di accogliere il messaggio evangelico si lega ad una certa libertà che viene dal non possedere, ma di per sé il non possedere non genera spontaneamente una coscienza evangelica. I poveri hanno le condizioni (che mancano si ricchi!) di vivere il vangelo, perché sono disponibili alla speranza, ma non lo vivono se non prendono coscienza, attraverso scelte sempre rinnovate, che l’uomo è figlio di Dio non quando possiede di più, ma quando è solidale con gli altri uomini e intende la vita come un costruire nella speranza.

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