Attualità (11-02-2018)

DA GRANDE SI FECE PICCOLO

Francesco d’Assisi chiamava i suoi frati “minori”. Con questo aggettivo egli intendeva qualificare il sostantivo “fratello”. Nella relazione con l’altro il credente si considera sempre “fratello minore”. Solo così si fa veramente fraternità.
Possiamo dire che la minorità, pur non mancando di motivazioni ascetiche e sociali, nasce dalla contemplazione dell’incarnazione del Figlio di Dio e la riassume nell’immagine del farsi piccolo, come un seme. E’ la stessa logica del “farsi povero da ricco che era” (2 Cor 8,9) e della “spoliazione”. Icona di questo farsi piccolo è la lavanda dei piedi dei discepoli nell’ultima cena.
La minorità, per il credente, è luogo di incontro e di comunione con Dio. L’uomo non ha nulla di suo se non il proprio peccato, e vale quanto vale davanti a Dio e nulla più. Per questo la nostra relazione con Dio è come quella di un bambino, umile e confidente, e come quella del pubblicano, consapevole del suo peccato. L’orgoglio, pertanto è assolutamente da evitare.
La minorità si vive prima di tutto nella relazione con coloro che Dio ci ha donato. Di fronte a Dio non c’è un inferiore e un superiore. Questo vuol dire sradicare giudizi facili, non usare l’autorità per sottomettere gli altri, non far pagare i favori che facciamo agli altri, mentre quelli degli altri a noi li consideriamo dovuti. Vivere la fraternità nella minorità fa sì che le nostre relazioni seguano il dinamismo della carità, dell’accoglienza, della condivisione, del perdono. Il cristiano è chiamato a domandarsi sempre: Con chi sto? Chi sono i miei preferiti? E di qui scaturisce l’esame di coscienza sul proprio stile di vita: sulle spese, sul vestire, su quello che consideriamo necessario, sulla propria dedizione agli altri…
La minorità fa sì che quando si fa qualcosa per i “più piccoli”, gli esclusi e gli ultimi non lo si fa da un piedistallo. Né assistenzialismo, né paternalismo. Tutto quello che facciamo per loro è un modo per restituire ciò che gratuitamente abbiamo ricevuto. Di qui nasce l’accoglienza benevola di ogni persona, fino alla condivisione della vita con i più disprezzati e rifiutati. La carità non è un sentimento vago, intermittente e condizionato a qualche tornaconto. Carità è fare spazio accogliente e disponibile perché entrino nella nostra vita tutti i “minori” del nostro tempo: gli emarginati, uomini e donne che vivono per le nostre strade; i disoccupati, giovani e adulti; tanti malati che non hanno accesso alle cure; tanti anziani abbandonati; le donne maltrattate; i migranti che cercano una vita degna; tutti quelli che vivono nelle periferie esistenziali, privati di dignità e anche della luce del Vangelo. Essendo tutti fratelli minori, non c’è chi ha più diritto e chi ne ha meno, chi viene prima e chi dopo. E le discussioni a questo riguardo sono solo ricerca di alibi al nostro egoismo e alla nostra chiusura.
La minorità è luogo di incontro con il creato il quale, dice Papa Francesco, è “come uno splendido libro nel quale Dio ci parla e ci trasmette qualcosa della sua bellezza”. La creazione è “come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie fra le sue braccia”.
Oggi questa sorella e madre si ribella, perché si sene maltrattata. Ai cristiani e a tutti gli uomini Papa Francesco chiede di entrare in dialogo con tutto il creato, prestandogli la nostra voce per lodare il Creatore, avendone una particolare cura. Ci chiede di collaborare alla cura della casa comune, ricordando sempre la stretta relazione che c’è tra i poveri e la fragilità del pianeta, tra economia, sviluppo, cura del creato e opzione per i poveri.

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