Attualità (16-09-2018)

COMUNITA’ INCAPACI DI DIRE IL VANGELO  (seconda parte)

C’è un futuro per il cristianesimo? Se le nuove generazioni sono così indifferenti alla fede, che ne sarà dell’esperienza cristiana? Risuona dunque in modo drammatico l’interrogativo di Gesù: “Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8). E proseguendo il ragionamento, ecco emergere la domanda decisiva: noi che, per esperienza vissuta e per età, siamo costituiamo la generazione dei “traghettatori”, abbiamo siamo convinti che la nostra fede è salvezza per le nostre vite? Crediamo che Gesù Cristo è il tesoro scoperto, per il quale abbiamo lasciato e dimenticato tutto il resto, al fine di seguire lui, il salvatore delle nostre vite e il vincitore sulle nostre morti?
La trasmissione deve trasportare un’esperienza e un vissuto nel tempo, attraverso le generazioni, deve darle una continuità, un avvenire. La trasmissione vuole impedire che la fede resti una vicenda momentanea, facendola invece diventare storia personale e di popolo. Solo con la trasmissione la fede è sottratta all’uso individualistico per trasformarsi in esperienza comune, partecipata, ecclesiale, comunitaria: la trasmissione vuole strappare la fede al momentaneo, all’episodico, per conferirle durata, continuità, comunità.
Di fronte a questa crisi della trasmissione, oggi siamo spesso tentati dall’impazienza e dall’angoscia, che inducono a cercare frettolosamente “vie di salvezza”, vie di uscita dalla crisi, ricorrendo a forme di comunicazione dominanti, cioè a quell’iper-comunicazione che maschera il fatto che oggi non si trasmette più. Si informa, si comunica, si moltiplicano le parole, si alzano i toni; così facendo, però, non si trasmette più la buona notizia. Il Vangelo è trasmissibile solo con la presenza di testimoni. Detto più semplicemente, di chi, al solo vederlo, presenta tratti evangelici nella sua persona, nel suo stare davanti a Dio e in mezzo agli uomini e alle donne del nostro tempo. Trasmettere la fede non significa fare proselitismo, né aumentare il numero degli appartenenti alla comunità, e neppure agire con la sicurezza di un metodo che si vuole efficace quale antidoto alla paura di scomparire: queste pretese forme di trasmissione risultano irricevibili. Infine, il cristiano non può dimenticare che la trasmissione della fede gli richiede di apprestare tutto, affinché essa possa avvenire senza ostacoli e di farlo con impegno e convinzione, sapendo però che il soggetto della trasmissione della fede è sempre lo Spirito santo, è la potenza del vangelo di Gesù Cristo.
La chiesa italiana in quest’ora è chiamata soprattutto a interrogarsi sulla trasmissione della fede, ritrovando l’essenzialità del messaggio cristiano, nell’umiltà di un ascolto dell’umanità di oggi e non più in una postura “magisteriale”, perché nessuno può fare opera di trasmissione se non si pone lui stesso per primo in ascolto.
Ritrovare l’essenziale della fede significa operare una semplificazione urgente dell’annuncio cristiano, concentrarsi sull’essenziale del vangelo, dare l’assoluto primato all’amore salvifico dei Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto (v. Evangelii Gaudium 35-36). Si tratta di operare affinché avvenga l’incontro con Gesù Cristo, il Cristo creduto e testimoniato dai Vangeli e dai suoi testimoni nella storia: non un Cristo proiezione dei desideri e dei progetti umani, ma colui che è l’esegesi del Padre (v. Gv 1,18). L’operazione è faticosa e richiede un lavoro di pulizia, un togliere via tante immagini ed espressioni che impediscono all’uomo e alla donna di oggi di riconoscere l’amore che vince la morte. Ciò consentirà di accedere a quella fede in Gesù Cristo che ci può portare, nella forza dello Spirito Santo che abita in ogni umano, a riconoscere Dio e a far parte della comunità, la chiesa, corpo di Cristo.

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