Attualità (17-08-2014)

I CRISTIANI E LA PAROLA DI DIO

Dopo la lettera inviata dal vescovo ai cristiani e alle comunità della diocesi e pubblicata nel foglio di domenica tre agosto, vengono spontanee alcune riflessioni. Perché, nonostante il grande impulso dato dal Concilio Vaticano II° e dal magistero, è ancora così scarsa la conoscenza della Parola di Dio da parte dei fedeli? Eppure nelle celebrazioni della messa e dei sacramenti viene sempre letta la parola di Dio, non più in latino, come un tempo, ma in una lingua comprensibile. Può darsi che esista una specie di diffidenza verso la parola di Dio della quale talvolta si pensa che confonde le idee e toglie ai fedeli più semplici quella sicurezza di fede proveniente dalle tradizioni e dalle devozioni?
E questa diffidenza non solo porta a rifiutare gli incontri di conoscenza e approfondimento della parola di Dio, ma anche a non ascoltare con attenzione la parola quando viene proclamata nella messa e nella liturgia. Sarebbe interessante, a questo proposito, alla fine della messa, fermarsi alle porte della chiesa e domandare ai fedeli il contenuto della prima e della seconda lettura, del vangelo e dell’omelia del celebrante!
La Sacrosantum Concilium (Documento del Concilio sulla sacra liturgia) al n. 24 afferma con tutta chiarezza: “Nella celebrazione liturgica la sacra Scrittura ha una importanza estrema. Da essa infatti si attingono le letture che vengono poi spiegate nell’omelia, e i salmi che si cantano; del suo afflato e del suo spirito sono permeate le preghiere, le orazioni e i carmi liturgici; da essa infine prendono significato le azioni e i simboli liturgici. Perciò, per promuovere la riforma, il progresso e l’adattamento della sacra liturgia, è necessario che venga favorito quel gusto saporoso e vivo della Sacra Scrittura, che è attestato dalla venerabile tradizione dei riti sia orientali che occidentali”.
E al n. 35 raccomanda: “La predicazione poi attinga anzitutto alle fonti della sacra Scrittura e della liturgia, poiché essa è l’annuncio delle mirabili opere di Dio nella storia della salvezza, ossia del mistero di Cristo, mistero che è in mezzo a noi sempre presente e operante, soprattutto nelle celebrazioni liturgiche”.
“L’amore per la sacra Scrittura, si legge in un altro documento che fa da premessa al Lezionario, è la fonte del rinnovamento interiore del popolo di Dio”, che, proprio dall’ascolto, dalla lettura, dallo studio e dalla meditazione dei testi sacri attinge una conoscenza sempre più profonda della verità e un sostanzioso nutrimento per la sua vita spirituale e di fede.
Ecco perché nella celebrazione della messa e dei sacramenti la chiesa non manca mai di nutrirsi del pane della vita dalla mensa della parola di Dio e del corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli.
La Congregazione per il Clero, nel suo documento “Il presbitero, maestro della parola, ministro dei sacramenti e guida della comunità in vista del terzo millennio cristiano”, del 1999, al n.1 del cap. II ribadisce: “I presbiteri nella loro qualità di cooperatori dei vescovi, hanno anzitutto il dovere di annunziare a tutti il vangelo di Dio, affinché (…) possano costruire e incrementare il popolo di Dio”. Proprio perché la predicazione della parola non è mera trasmissione intellettuale di un messaggio, ma “potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede”, attuata una volta per sempre in Cristo, il suo annuncio nella chiesa richiede, negli annunciatori, un fondamento soprannaturale che garantisca la sua autenticità e la sua efficacia.
All’orecchio di ogni ministro risuonano le parole del Signore: “Chi ascolta voi, ascolta me, chi disprezza voi, disprezza me” (Lc 10,16), e ognuno di essi può dire con Paolo: “Noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. Di queste cose noi parliamo non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali” (1Cor 2,12-13).

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