Attualità (25-09-2016)

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“A ME CHE ME NE IMPORTA?”

Non possiamo essere delle semplici comparse sul palcoscenico della storia. Non possiamo dire, come insegna papa Francesco: “A me che me ne importa?”. Questo vale a proposito delle nostre responsabilità in riferimento alla pace,, alle scottanti questioni sociali, politiche ed economiche che assillano la nostra società. Basti pensare al fenomeno migratorio, alla crisi sistemica dei mercati finanziari, alla disoccupazione…
Siamo abituati a pensare che qualcun altro, il politico di turno, si deve occupare dei problemi della collettività. In effetti l’anima della democrazia è la delega, mentre il cuore della sussidiarietà è la responsabilità. Ed è proprio la sussidiarietà che è in forte deficit nel nostro Paese.
L’articolo 5 della Costituzione afferma che la Repubblica riconosce e promuove le autonomie locali, e, nel 2001 un nuovo articolo, 118 quarto comma, afferma che Stato, Regioni, Provincie e Comuni favoriscono le autonome iniziative dei cittadini, singoli e associati per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà. Paradossalmente, mentre si affermava il principio di sussidiarietà, si assisteva alla crisi del volontariato, che in Italia aveva radici lontane e che si era sviluppato particolarmente negli anni ’70 e ?80, proprio come forma di partecipazione attiva alla promozione del bene comune.
Se si parla di beni pubblici è facile pensare: “tanto tocca a qualcun altro…”. Un esempio per tutti: passando per le strade si può osservare come i proprietari dei terreni coltivati li puliscono, ma lasciano da pulire la parte più vicina alla strada, perché, pensano: “tanto ci pensa il Comune”. Ma anche abitanti e commercianti di una strada si impegnavano a tenerla pulita e ordinata nella parte di competenza. Un tempo non era così, e l’ente pubblico aveva meno compiti e meno spese a suo carico.
Non mancano, tuttavia, esperienze nelle quali l’interesse generale prevale su quello particolare. Come nell’ ambito della cooperazione allo sviluppo, o delle iniziative in difesa dei diritti umani nel Sud del mondo. In questi casi si afferma una cittadinanza planetaria che nell’epoca della globalizzazione proprio no guasta.

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