Attualità (27-03-2016)

PASQUA E MISERICORDIA

Gli incontri con il Risorto convinsero i discepoli che, con la morte e risurrezione di Gesù, Dio aveva effettivamente adempiuto in modo definitivo la sua promessa di fedeltà. I discepoli maturarono questa convinzione passando attraverso domande e dubbi. Il racconto dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35) rispecchia in maniera eloquente il cammino della fede, che i primi discepoli dovettero fare. Esso parla della loro delusione, della loro tristezza e della loro mancanza di fede di fronte alla testimonianza delle donne, fin quando non riconobbero Gesù dal gesto dello spezzare il pane e tornarono poi velocemente a Gerusalemme.
La via di Emmaus è il paradigma della via che devono percorrere i cristiani. Il cristiano è infatti battezzato (immerso) nella morte di Cristo e vive in questo mondo sperando nella futura risurrezione (Rm 6,3-6). Siamo redenti nella speranza; ma spesso essa è una speranza contro ogni speranza (Rm 5,18). Perciò per Paolo l’affermazione di Rm 8,35-39, secondo la quale nulla ci può separare dall’amore di Dio, né la vita né la morte, non sta all’inizio, ma solo alla fine di un lungo cammino che passa attraverso le tribolazioni inflitte al cristiano dalle potenze del mondo (Rm 7-8)
La lettera agli Ebrei riprende questa idea e ci dice che Gesù Cristo è diventato in tutto simile a noi, tranne che nel peccato. Perciò in lui abbiamo un sommo sacerdote che conosce la nostra debolezza. Possiamo accostarci al suo trono pieni di fiducia, al fine di trovare misericordia e grazia (Eb 4,15). La vita cristiana è segnata dalla tribolazione e dalla tentazione. Ma in qualsiasi situazione possiamo essere certi che Dio è vicino a noi e che “tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio” (Rm 8,28). Questa certezza alimenta una speranza che non riguarda questo mondo e questa vita, ma ha per oggetto la risurrezione dei morti e la vita eterna. Solo là ogni ingiustizia sarà riparata e ognuno vedrà riconosciuto il proprio diritto. Da questa certezza della speranza di essere definitivamente immersi nell’amore di Dio scaturisce per il credente un’intima serenità: “Ho imparato a bastare a me stesso in ogni situazione. So vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza” (Fil 4,11). Il credente sa che la grazia di Dio gli basta e che essa manifesta la propria forza nell’impotenza (2Cor 12,9).

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