Attualità (29-09-2013)

DISCERNIMENTO COMUNITARIO

Sentir parlare di cambiamenti nella chiesa provoca a qualcuno una specie di orticaria mentale come se l’adesione a Cristo e l’appartenenza al suo corpo che è la chiesa dovessero dire immobilità e fissità. Pensare che le riforme mettano in crisi le certezze della fede e che solo l’ancoraggio a modelli consolidati del passato dia sicurezza, significa negare la libertà dello Spirito, che mal sopporta le pigrizie abitudinarie e ripetitive.
In questa prospettiva, al tempo del Concilio, si guardò alla chiesa nell’ottica di una permanente riforma (Papa Giovanni parlava di “aggiornamento”) in modo che essa fosse sempre capace di manifestare con trasparenza il mistero di grazia e di salvezza affidatole dal Signore Gesù.
La doppia svolta verificatasi con la rinuncia di Papa Benedetto e l’elezione di Papa Francesco sta sprigionando effetti straordinari in grado di rigenerare profondamente l’idea di chiesa come popolo di Dio, sempre in ascolto della sua Parola, da cui trarre spunti e indicazioni per una continua conversione personale e comunitaria.
I numerosi richiami alla povertà e all’accoglienza di Papa Francesco ci riportano alla essenzialità evangelica che impegna tutta la chiesa e le singole comunità a ritrovare il senso profondo della propria missione, che non è solo quella di celebrare dei riti, ma, soprattutto oggi, di avvicinare il maggior numero possibile di persone al vangelo per una nuova adesione a quella parola.
“dopo 50 anni abbiamo fatto tutto quello che ci ha detto lo Spirito Santo nel Concilio? No… Non vogliamo cambiare. Di più, ci sono voci che vogliono tornare indietro. Questo si chiama essere testardi, questo si chiama voler addomesticare lo Spirito Santo, questo si chiama voler diventare ‘stolti e lenti di cuore’”. Sono parole che Papa Francesco ha pronunciato il 16 aprile, che ci pongono di fronte a una nuova scelta: abbandonare il modello di una comunità cristiana autoreferenziale, chiusa, ripetitiva, e immergerci nelle periferie dolenti della vita e del mondo, e lasciarcene purificare da cima a fondo, consapevoli che questo lavacro spirituale, prodotto dall’incontro tra miseria e misericordia, possa essere soltanto una liberazione e un guadagno.
Su questa strada è lecito sognare tanti cambiamenti.
Tra i sogni più ricorrenti c’è quello di un esercizio diffuso e convinto del discernimento comunitario, fatto alla luce della parola di Dio, che implichi anche una corresponsabilità del popolo di Dio nella pastorale ordinaria e nei luoghi e momenti di partecipazione, come abbiamo sperimentato domenica scorsa per la convocazione dell’Unità Pastorale.
Il discernimento è un esercizio paziente e lento, una continua sintesi tra fede e storia, nell’impegno ad elaborare percorsi condivisi e perfettibili, capaci di “ricucire” costantemente valutazione e progetto, senso di Dio e senso della realtà. Un compito che mette a dura prova la qualità della comunione ecclesiale e che non può essere appaltato ad agenti specializzati, i preti, o a pochi addetti nelle comunità. Il discernimento è un esercizio prettamente comunitario, di una comunità in permanente ascolto della parola di Dio e attenta ai “segni dei tempi” e a quanto le accade intorno.
Domenica scorsa abbiamo fatto una buona esperienza di discernimento comunitario, in un clima di preghiera e di ascolto. Bisognerà perseverare, con l’aiuto di Dio., ei frutti non mancheranno.

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