E’ domenica (15-11-2020) – XXXIII domenica del tempo ordinario anno a

Riflessioni del Vangelo Varie

VANGELO

Nella XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, ci viene proposta nel brano del Vangelo secondo Matteo la famosa parabola dei talenti. Spesso, sono proprio i brani più noti a meritare una più profonda riflessione, per non scadere in una lettura superficiale.
Innanzitutto, si può notare come ci sia un filo rosso che collega questa parabola al Vangelo ascoltato domenica scorsa, in cui venivamo esortati a farci trovare pronti, ad essere cioè fedeli al Signore. In questa parabola, un padrone affida a tre suoi servi delle monete di grande valore, ad uno cinque monete, all’altro due e al terzo una. La differenza nella quantità di monete consegnate è spiegata da Gesù: il padrone dà i talenti ai servi “secondo le capacità di ciascuno”. Il Signore, infatti, ha dato ad ognuno di noi delle doti, delle qualità e si aspetta che le mettiamo a frutto, per condividerle con gli altri, in modo che tutti ne traggano beneficio. Chiaramente, ogni persona conserva la sua identità e contribuisce, con le proprie peculiarità, ad arricchire la comunità-Chiesa. È con questo spirito che agiscono i primi due servi della parabola, che investono il denaro ricevuto e lo fanno fruttare, cosicché al ritorno del padrone possano consegnargli il ricavato. Il padrone ne è felice, così come il Signore gioisce quando noi ci mettiamo in gioco, investendo in noi stessi e facendoci dono per il prossimo. Il terzo servo, invece, per paura del padrone, decide di non rischiare e di nascondere il talento affidatogli. Forse crede di essere svantaggiato rispetto agli altri, avendo ricevuto un solo talento. Ma quest’atteggiamento non piace al padrone, che lo definisce “servo inutile”, perché, tenendo egoisticamente per sé il talento, non gli è stato fedele. Anche noi, se nascondiamo le doti che ci sono state date, siamo simili a quel servo e non contribuiamo alla costruzione di quella comunità, unita nel servire Dio nei modi più adatti a ciascuno, che è la Chiesa.

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO clicca sopra per leggere la parola di Dio

ISTANZE PER UNA RIFORMA
DELLA VITA DELLA CHIESA (1)

(liberamente ispirato ad un articolo di Vita Pastorale)
Viviamo in un tempo segnato da una profonda crisi spirituale ed esistenziale e per molti di indifferenza verso tutto e tutti. Senza rifugiarci in un vuoto pessimismo, possiamo domandarci: cosa fare come comunità cristiana ? Diciamo prima di tutto che cosa è stato fatto in questi anni. Le nostre comunità cristiane sono cambiate in questi ultimi decenni e forse hanno guadagnato in essenzialità, mentre è stato riscoperto il senso di una carità concreta e un risveglio motivato della fede in molti adulti, ma spesso i frutti sono pochi e a volte segnati da sterilità. Le ‘primavere’ che forse molti si aspettavano, si sono arrestate, e oggi nella chiesa si respira un clima a volte stanco e dove a volte ci sono divisioni, esclusioni e contese.
Ci sono poi i temi che nella chiesa vanno affrontati come la presenza della donna nella vita della chiesa, il rapporto tra il ministero ordinato e il sacerdozio del popolo di Dio, la liturgia e la comprensione dell’azione liturgica ecc.
Ma in concreto oggi, che cosa dobbiamo fare, quali priorità vivere ?
Potrà sembrare scontato, ma la prima istanza da ripensare è quella di essere una Chiesa in ascolto. Solo l’ascolto della parola di Dio genera la fede. Ascolto della parola di Dio, ascolto di ciò che lo Spirito Santo dice alle chiese qui ed ora, ascolto reciproco tra fratelli e sorelle che vivono nella medesima chiesa.
Bisogna tornare a domandarci : ho sete di ascoltare ciò che mi dice il Signore ? Conosco la parola di Dio, i Vangeli ?
Oggi siamo diventati dei nomadi nei nostri paesi, perché pur vivendo in case stabili, abbiamo perso il senso della vita, di ciò che avviene in noi e attorno a noi e nella paura di noi stessi viviamo spesso storditi da rumori e suoni pur di non sentire, di non ascoltare cosa dice il nostro cuore e che cosa dice il Signore al nostro cuore. Chi parlava della religione come ‘oppio dei popoli’ oggi somministra continue ‘droghe’ perché l’uomo non pensi il dramma della sua solitudine dopo che gli è stato nascosto il suo bisogno di Dio.
Dobbiamo allora tornare ad essere una Chiesa che sa fermarsi e mettersi in ascolto del Signore.
Se non troviamo il tempo per noi stessi e per il Signore, come potremo trovare il tempo per ascoltare gli altri ?
Sì, dall’ascolto della parola di Dio, nasce e cresce anche il senso e il bisogno di ascolto del fratello e della sorella accanto a noi. Ma poi, diciamolo francamente, ascoltiamo veramente gli altri o pensiamo sempre di avere noi la ‘ricetta’ migliore per risolvere le cose ? Siamo una chiesa sinodale, che cammina insieme e si ascolta, oppure ci sentiamo tutti maestri degli altri e forse anche dello Spirito Santo, cioè di Dio ?
Chiesa mettiti in ascolto, non temere, ascolta la parola del Signore, parola che come una spada a doppio taglio penetra fin nel profondo di noi stessi e ci aiuta a camminare nel Signore.

1 thought on “E’ domenica (15-11-2020) – XXXIII domenica del tempo ordinario anno a

  1. Il brano di questa domenica merita attenzione per la simbologia diretta e semplice che illumina riguardo il compito e la funzione che tutti noi cristiani abbiamo nei confronti della società che ci circonda, sia essa l’assemblea dei popolo di Dio o un altro contesto nel quale si ravvisano comunque i tratti tipici di una comunità, non necessariamente di credenti.
    Il “padrone” é Nostro Signore, i “talenti” le capacità di cui la Provvidenza e lo Spirito Santo ci hanno dotato, affinchè si possa nel nostro piccolo essere anche noi apostoli della Parola, il “fare fruttare i denari” il nostro impegno per cercare di realizzare il cambiamento che il Maestro ci chiede.
    Le capacità di cui Dio ci ha fatto dono variano da una persona all’altra, similarmente ai talenti della parabola, ma non é importante l’aspetto quantitativo se uno vuole veramente impegnarsi nel cambiamento.
    Quello che conta, invece, é la determinazione, la volontà, la costanza nel fare e la consapevolezza che il nostro lavoro può presentare ostacoli e può generare incomprensione neglia alyti <, ma si tratta di ostacoli che – chi vuole veramente agire – deve affrontare con coraggio, senza farsi scoraggiare.
    Perché impegnarsi significa anche accettare il rischio di sbagliare ; ma Dio lo sa e non pretende che il nostro impegno porti nel tempo più breve al massimo risultato, Lui non soffre della sindrome da prestazione che noi siamo riusciti a crearci, complice anche un modo di vivere ove "tutto il meglio e subito" sembra essere l'unico parametro di giudizio della persona.
    Ma Dio non ci chiede conto del tempo, ma della nostra volontà perché sa che l'unico modo per non sbagliare é il non fare.
    Cioè la scelta di chi ha ricevuto un talento solo

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