I mali dell’ascolto e le soluzioni

La professione giornalistica, ma anche il semplice comunicare che ciascuno di noi puo’ avere tenendo un cellulare in mano, ha a che fare fondamentalmente con la capacità di ascolto. Se non si ascolta non si capisce la realtà, si rimane legati al circuito di idee e ipotesi che ha come unico fondamento la propria testa, ma non la storia, gli eventi, i processi in corso.
Dobbiamo ritrovare la capacità di farci ‘radar’ di ciò che avviene, captando i segnali e mettendoci in ascolto. Solo l’ascolto ci rende davvero ‘prossimi’, cioè vicini. Anche l’ascolto ha ovviamente i suoi mali. Il primo ci dice papa Francesco è l'”origliare”. Il bombardamento di informazioni che riceviamo rischia di portarci a raccogliere stimoli qua e là. Ci sono applicazioni come Whatsapp che pongono rimedio alla pazienza obbligata dell’ascolto e permettono di ascoltare il messaggio persino a velocità doppia per risparmiare tempo. Ma il rischio è di perdere il senso dell’ascolto e della complessità emotiva dei toni e delle sfumature. Si tratta di una strategia di difesa verso coloro che sembrano parlarci addosso. Così, da una parte c’è chi parla senza comunicare, dall’altra c’è chi ascolta origliando. Non basta essere connessi per comunicare, c’è la reale possibilità di un mondo dove si sta insieme da soli.
Altra deviazione possibile è l’ascolto come attesa vuota ‘che l’altro finisca di parlare per imporre il nostro punto di vista’. In queste situazioni, il dialogo è un duologo, un monologo a due voci.
Papa Francesco ci ha proposto il processo sinodale come modello e occasione di ascolto reciproco che valorizzi la pluralità e la varietà delle voci, la polifonia. Il modello è quello della prossimità, dell’ascolto umile, del far risuonare dentro l’eco della realtà, fatta di persone, storie, vicende, un modello capovolto rispetto a quello al quale siamo abituati.

Un ascolto vero  vuol dire, ‘uscire’ dal proprio io e aprirsi all’altro. Ascoltare veramente significa ‘essere disposti anche a cambiare idea, a modificare le proprie ipotesi di partenza’. Dobbiamo così imparare a comunicare senza alzare la voce, senza imporsi con arroganza ma chinarci umilmente sulla realtà e sforzarci lì dove ci troviamo a cercare Dio in tutte le cose anche quelle più nascoste, più sorprendenti e spiazzanti. Cercare la voce di Dio vuol dire anche sforzarsi di ascoltare e dare voce a chi non ha voce, perché ogni storia umana possiede una dignità incommensurabile. Ma queesto vuol dire abbandonare facili schemi precostituiti, vincere i propri pregiudizi, avere la forza e il coraggio di modificare le proprie ipotesi di partenza. Bisogna sviluppare la curiosità, una curiosità umile che fa sgonfiare il proprio punto di vista e lasciar spazio agli altri, altrimenti il rischio è alto, perché se non ascoltiamo l’altro non ascoltiamo neanche l’Altro. Non dobbiamo fermarci e mangiare tutto ‘alla prima osteria’ senza andare e vedere per verificare, magari consumando ‘la suola delle scarpe’. C’è da imparare ad ascoltare ‘chi non la pensa come noi’, e questo contrasta il rischio maggiore che oggi, ai tempi di Internet, tutti noi corriamo, quello di ritagliarci uno spicchio di realtà a noi speculare, di cadere nella trappola illusoria che la Rete ci prepara mostrandoci un mondo che non ci contraddice ma tende a compiacere e assecondare tutti i nostri gusti e tendenze. Torniamo allora a ‘frequentare l’altro’, chi è diverso e la pensa diversamente, lo straniero che è ‘strano’, il ‘nemico’. Solo questo sentiero faticoso assicura affidabilità e serietà a quello che diciamo. E forse questo sentiero porta verso la pace, quella vera.

2 Replies to “I mali dell’ascolto e le soluzioni”

  1. Gelsomina Donatelli

    Penso proprio in un rapporto più genuino con la gente: il vedere in faccia gli altri, è una cosa meravigliosa, che fa scoprire più in profondità la persona che hai davanti a te, le sue buone e grandi qualità, che invitano te stessa ad approfondire stima, fiducia, dialogo che fanno crescere anche spiritualmente. Le chatt appiattiscono il senso dell’umanità, del dare frettolosi giudizi, senza la conoscenza, con dialogo ridotto al minimo, e intendo emotichini varii, che dicono solo in maniera ridotta il pensiero di ognuno di noi verso l’altro è il gruppo. P

  2. Riccardo

    Ho letto solo ora l’articolo e la risposta di Gelsomina e non posso che non concordare con lei, queste diavolerie elettroniche sembrano fate apposta per portarci verso un “non ascolto” fatto di superficialità e di noia se non insofferenza verso tutti i pareri difformi dal nostro.
    Sembrano studiati per fare si che questo surrogato artificiale di contatto umano debba essere l’unica forma di interazione col prossimo perchè così si “risparmia tempo” come se avessimo chissa quante cose irrinunciabili da fare.
    Forse perchè si vuole evitare che dal contatto diretto, fatto di parole e non di spippolamento di lettere su uno schermi minuscolo, qualcuno possa essere stimolato a pensare e ad estrapolare un opinione diversa da quelle imposte dalla rete o dalle chat.
    Purtroppo quando si arriva a preferire la tastiera al dialogo per non perdere tempo siamo messi male

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