L’obbedienza in tempo di pandemia

“L’obbedienza non è una virtù” , così è stato erroneamente sintetizzato il concetto di don Lorenzo Milani riferito all’obiezione di coscienza al servizio militare armato.
Il tema dell’obbedienza-disobbedienza e libertà di coscienza è ritornato molto attuale in questi tempi di pandemia. Ma proprio in questo contesto, e in generale, il concetto di disobbedienza è forse da ripensare alla radice.
La disobbedienza è possibile quando è adesione ad una Legge superiore, apertamente testimoniata (testimoni in senso cristiano sono i martiri), come quella di Antigone che volle seppellire il fratello violando le disposizioni del re (leggi divine contro quelle della polis) o come quella sostenuta da don Milani che si chiedeva: “Bisogna obbedire agli uomini o a Dio?”, nella lettera ai cappellani militari.
Il saper obbedire richiama il rapporto con l’autorità. Abbiamo sempre associato l’obbedienza alla fiducia e alla stima in chi comanda, e spesso si è creduto e insegnato che bisogna obbedire anche quando questa fiducia e stima sono in discussione.
Noi crediamo nell’autorità come capacità di da far crescere e rendere protagoniste le persone. Ma l’autorità è anche potere e funzione di comando.
Siamo immersi in una grave crisi di autorità a molti livelli e in molti ambiti, e ciò fa sì che nulla sia accettato sulla base delle consuetudini e delle tradizioni. Si è diffusa l’idea che l’individuo, le sue esigenze e le sue idee personali siano la misura ultima del giusto e dell’ingiusto, mentre l’esperienza cristiana ci ricorda continuamente il valore della comunità di per sé e nel percorso di discernimento del bene concretamente possibile. Il Vangelo mostra la via possibile, anche nel conflitto, tra la libertà individuale e le norme comunitarie.
Penso che nei tempi nuovi da costruire, dovremo approfondire il pensiero sul “saper” obbedire, che implica un percorso di consapevolezza su se stessi e sul mondo che circonda noi e coloro nei confronti dei quali abbiamo responsabilità di guida e di testimonianza; sulla libertà di accettare le regole del gioco e poi mantenersi fedeli alle scelte fatte; sulla responsabilità di cambiare insieme le leggi e di non mutarle sull’arbitrio del singolo. Dovremmo fare esperienza dell’obbedire biblico, che prima di tutto è “ascoltare”. Dovremo recuperare uno stile che permetta a noi e a tutti di obbedire stando in piedi, come scriveva don Tonino Bello: “in ginocchio si soggiace, non si obbedisce. Si soccombe, non si ama. Ci si rassegna, non si collabora”.
In fondo un credente che obbedisce non smette di volere, ma si identifica con la persona e l’umanità a cui vuole bene e fa combaciare con la sua la propria volontà.

2 Replies to “L’obbedienza in tempo di pandemia”

  1. Mariella Chiantelli

    L obbedienza non sarà una virtù ma credo che tante volte sia necessario obbedire a qualcuno che ci mette di fronte a certe necessità. Un figlio deve obbedire a un genitore in quanto un genitore deve educare e se proibisce qualcosa lo fa per il bene del figlio che tante volte non capisce ma poi si renderà conto che c era un motivo valido per cui bisognava obbedire. Credo che in questo periodo storico si sia perso il senso dell obbedire sia nelle famiglie che nella società. Ognuno si comporta secondo le proprie idee personali e pensano che quelle siano giuste. Per obbedire ci vuole consapevolezza, saper farci capire dall altro e pur chiedendo obbedienza, restare umili e pronti al servizio anche se tante volte vuol dire sottometterci a regole che tante volte non capiamo fino in fondo. Ho detto come la penso e mi scuso se qualcuno la pensa diversamente.Mariella

  2. Riccardo

    Concordo con Mariella e dirò di più. Come tante altre parole che col passare degli anni hanno perso il loro significato originale e sono divenute surrogati di concetti fino al punto di entrare in contraddizione col significato originale, anche “obbedire” ha subìto medesima sorte. Pochi ricordano che significa innanzitutto ASCOLTARE ; il che presuppone di avere di fronte una persona che per carisma, esperienza ed autorevolezza acquisita con i fatti può guidarci nella direzione giusta. E invece al giorno d’oggi da molti viene intesa come la supina e passiva accettazione di una richiesta perentoria da parte del “potere”, della “autorità”, viene vista come una deleteria abulìa che limita i diritti all’autodeterminazione ed alla libertà del singolo. Autodeterminazione e libertà che sempre più diventano affermazione dell’ego a tutti i costi e soddisfacimento di ogni desiderio e passione, anche se tutto ciò va a limitare le libertà di altre persone nel nome dell’ “io”.
    Di un io che egoisticamente mina il concetto di comunità civile e culturale e di società come ambito sociopolitico e religioso nel quale il singolo può crescere in quanto interagente con i suoi simili

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